mercoledì 7 novembre 2007

La scrittura e il suo potere "metafisico"

Nell’ultima puntata di Radiobaldanza, si è parlato in un paio di occasioni della scrittura. Quello della scrittura è un argomento che, personalmente, trovo molto affascinante: ho quindi deciso di dedicargli queste poche righe, nella speranza che tutti riescano ad apprezzarne l’incredibile e seducente potere.

Vale la pena, prima di aggredire al cuore l’oggetto di questa dissertazione, puntellare e inquadrare il discorso con alcune tappe storiche che hanno cronologicamente segnato l’evoluzione della scrittura.

La primeva forma di scrittura, è costituita sicuramente dai graffiti. I più antichi graffiti, incisi sulle rocce dall’uomo, risalgono a 35 mila anni fa. Molti studiosi dibattono ancor’oggi, sulla questione di considerarli alla stregua di una primitiva espressione artistica, piuttosto che ritenerli un codice comunicativo vero e proprio; personalmente ritengo che questo tentativo di scindere le due cose sia inadeguato e sterile: i graffiti sono un atto consapevole, comunque lo si voglia etichettare, che manifesta la ferma volontà di esprimersi, comunicare e trasmettere agli altri informazioni e/o emozioni. Il principale punto di forza di questi disegni, più specificatamente definiti “pittogrammi”, è il fatto di poter essere compresi da chiunque, indipendentemente dalla lingua parlata. Una cosa simile se pur non del tutto analoga, avviene con gli ideogrammi cinesi (nati attorno al 1500 a.C.), in cui ogni simbolo corrisponde esattamente a ciò che si vuole indicare: ad esempio il simbolo che indica l’albero permette al lettore di capire che si sta considerando appunto un albero senza che il lettore stesso debba necessariamente sapere come si pronunci nella lingua parlata l’ideogramma corrispondente. Se da un lato, questo conferisce alla scrittura cinese (e similarmente alla scrittura pittografica) una certa universalità, dall’altro paradossalmente le conferisce elitarietà nel senso che il numero di ideogrammi necessari per rappresentare le parole senza equivoci diviene coì grande da poter essere conosciuto solo da pochissime persone (nel 1716 il dizionario cinese K’anghsi catalogava 40545 simboli). L’intuizione che permise di superare gli evidenti limiti della scrittura pittografica, si ebbe tra il 4000 e il 3500 a.C. quando, in Mesopotamia, fu introdotta la scrittura cuneiforme nella quale si perdeva per la prima volta rispetto al passato, la corrispondenza diretta tra i segni (in tutto i simboli cuneiformi erano circa 1500) e gli oggetti ad essi corrispondenti. Nel 3000 a.C. in Egitto, nacque la scrittura geroglifica, che almeno in un primo momento, fu del tutto analoga a quella basata sugli ideogrammi, con l’unica differenza che i disegni pur ispirandosi ad oggetti comuni (occhio, falco, piede…) potevano indicare sia l’oggetto concreto, sia i concetti astratti ad esso associati (ad esempio all’ideogramma “piede”, si poteva associare concretamente il piede, ma anche l’azione del caminare o del correre). Agli Egizi, va riconosciuto il merito di avere introdotto la prima forma di linguaggio acrofonico, per cui ad un geroglifico, non viene più attribuito il concetto ad esso legato, ma il suono iniziale della parola rappresentata (per tornare all’esempio del piede è come se disegnando un piede si indicasse il suono “p”). Questo concetto permise di compiere il primo passo verso il concepimento dell’alfabeto (il primo alfabeto fece la sua comparsa attorno al 1800 a.C. nella penisola del Sinai), e permise una consistente e positiva riduzione dei simboli necessari alla comunicazione (uno solo per ciascun suono esistente). Seguì quindi, in modo quasi naturale, la nascita degli alfabeti moderni, in particolare quello greco (750 a.C.), quello etrusco (650 a.C) e quello latino (500 a.C).

Fatto questo excursus storico, vorrei affrontare il cuore del discorso, soffermandomi su un aspetto della scrittura che è, per me, motivo di costante emozione, una cosa che davvero mi rende orgoglioso di far parte del genere umano. Il più grande potere della scrittura è il fatto che attraverso l’uso ordinato e codificato di un numero (tra l’altro molto contenuto e quindi estremamente ottimizzato) di segni, è possibile cogliere e “intrappolare” qualcosa che si può effettivamente definire metafisico, che va cioè al di là della realta fisica presente. La scrittura, ci permette infatti di esprimere concetti astratti anche molto complessi, di evocare immagini lontane e ricordi ma, soprattutto, la scrittura è uno strumento capace di generare emozioni, attivare qualcosa nel nostro cuore che ci fa scalpitare, commuovere, arrabbiare… Che, in altre parole, ci fa sentire vivi. Proprio adesso, proprio mentre sto ordinando questi segni, le lettere, sul foglio digitale, il “potere” della scrittura si sta manifestando in tutta la sua bellezza e vi confesso che al solo pensarci sono animato da una gioia irrefrenabile; eppure questo stesso “potere” si mostra in qualche modo limitato perché sono consapevole dell’impossibilità, da parte della scrittura, di incatenare nei ceppi delle parole i sentimenti che animano il nostro intimo. A tale proposito, mi piace sempre citare due filosofi: Platone (427–347 a.C.), il quale osteggiava la scrittura rinfacciandole il limite di “fingere di ricreare fuori della mente ciò che può esistere solo al suo interno”, e Socrate (469–399 a.C.), che sottolineava come da uno scritto statico, non potesse scaturire la conoscenza frutto unicamente del dialogo e del confronto. Eppure a pensarci, se il loro pensiero è arrivato a noi, qualcuno avrà pur dovuto scrivere…

Ancora oggi la scrittura affascina e divide gli studiosi, alcuni sulla falsa riga di Platone e Socrate, la accusano di impigrire la mente imprigionando quest’ultima nella fissità delle parole, altri le riconoscono invece la capacità di stimolare la mente dal momento che costringono quest’ultima a compiere lo sforzo di sopperire alla mancanza della gestualità che si ha tipicamente nel parlare o lo sforzo di riscrivere e ripensare una frase più volte cambiandola e rimodellandola per renderla più chiara.

Personalmente, non ho interesse ad esprimere un giudizio relativamente alla propedeuticità o meno della scrittura, perché in una certa misura sarebbe come chiedersi a cosa servano, la pittura, la musica o l’arte in generale: esse fanno tutte parte di ciò che mi piace definire una Non-Necessaria-Necessità, che ci permettono di raggiungere la più elevata e pura realizzazione di noi stessi e che segnano il confine tra il Vivere e il mero sopravvivere.

Il mio, non vuole essere altro che un invito; un invito a scrivere, a dipingere, a suonare, a dialogare, a confrontarsi, a sognare e ad amare, perché stolto è chi pensa che, ala fine, siamo solo carne e sangue…

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