martedì 23 ottobre 2007

La Tecnologia e l'Uomo

Il tema del rapporto uomo - tecnologia è un tema che mi è piaciuto spesso trattare per una serie di ragioni, tra cui gli innumerevoli spunti di riflessione che esso offre e l’incredibile importanza che esso ricopre nella nostra esistenza quotidiana. In queste poche righe, vorrei cercare di portare alla luce un aspetto che ritengo molto interessante, in quanto tutt’altro che scontato e tale da richiedere un certo sforzo per essere recepito. Prima di sviscerare la questione, vale la pena di puntellare alcuni concetti chiave.

La tecnologia è “l’abilità di fare cose, per mezzo di oggetti che non sono parte del nostro corpo”. Sebbene sia comunemente ritenuta un parto dell’epoca moderna, la tecnologia è antica almeno quanto lo è l’uomo, anzi gli è addirittura precedente visto che si sa dell’esistenza di alcuni primati che vissero nell’Africa Orientale più di tre milioni e mezzo di anni fa, che utilizzavano rocce scheggiate per tagliare ed incidere.

Cristallizzato questo primo concetto, ci si può chiedere che cosa spinga l’uomo, in modo quasi “naturale”, verso la tecnologia; la risposta credo sia la comprensione da parte dell’uomo stesso, che adattando gli oggetti del mondo circostante ai propri scopi, egli possa rendersi la vita più “comoda”. Mi piace sottolineare, a tal proposito, che la naturalezza di un tale agire è intrinseca nel modo d’essere dell’Universo stesso di cui ovviamente anche l’uomo fa parte: tutto tende all’equilibrio, alla posizione più stabile e di minore energia, ossia, detto in altri termini alla, “comodità”: l’uomo non costituisce di certo, un’eccezione di tale principio.

Detto ciò, affrontiamo il punto che mi premeva sviscerare: il fatto che, come ci dimostra il mondo stesso in cui viviamo, la tecnologia, se da un lato porta dei vantaggi in termini di maggiore “comodità”, dall’altro crea dipendenza e produce degli effetti collaterali spesso inattesi e talvolta nocivi. E’ allora del tutto spontaneo chiedersi come porci nei confronti della tecnologia: dobbiamo forse rinunciarvi? Dobbiamo invece sopportare e convivere con i suddetti effetti collaterali a fronte della piacevole comodità/stabilità raggiunta? O dobbiamo piuttosto progredire con un ulteriore innovazione tecnologica che elimini gli effetti indesiderati creati dalla tecnologia attuale?

Sebbene la risposta possa sembrare scontata, vale la pena, prima di esprimersi in maniera definitiva, cercare di inquadrare meglio la questione fornendo un esempio che a mio parere è molto calzante: l’invenzione del fuoco.

Parlo nello specifico di “invenzione” e non di “scoperta” del fuoco, perché in realtà qualsiasi animale, da sempre, conosce il fuoco e sa, ad esempio, che deve fuggire di fronte ad una foresta in fiamme; è tuttavia l’uso ragionato del fuoco a fissare il confine tra conoscerlo passivamente e sfruttarlo attivamente e quindi tecnologicamente per i propri scopi. Sicuramente l’uso ragionato del fuoco è un fattore discriminante tra l’uomo e ogni qualsiasi altro essere vivente perché mentre tutti gli animali, al pari dell’uomo, sono in grado in qualche modo di comunicare o di provare una qualche forma di emozione (con ovviamente le dovute limitazioni del caso), nessun altro individuo sa addomesticare il fuoco come fa l’uomo.

L’avvento, in un momento non precisamente definito, della tecnologia del fuoco, portò con sé numerosi vantaggi tra cui l’eliminazione dell’oscurità e del gelo, la possibilità di difendersi più efficacemente dai predatori o di estendere il proprio territorio di influenza verso zone più ostili e fredde (rispetto alle miti zone tropicali dove l’uomo si insediò primariamente). A questi, si aggiunse poi una moltitudine di altri vantaggi, più o meno direttamente conseguenti: la possibilità di ampliare la dieta includendo cibi che solo dopo essere stati cotti potevano essere mangiati abitualmente, oppure la capacità, sicuramente non acquisita nell’immediato, ma comunque effettivamente e definitivamente conquistata verso il 3500 a.C., di fondere i metalli creando oggetti sempre più complessi ed efficaci. Il punto è tuttavia il seguente: oltre a queste migliorie, il fuoco portò anche dei pericoli e degli effetti collaterali indesiderati. Il fuoco poteva e può bruciare un’abitazione o un intero villaggio o addirittura uccidere una persona. Inoltre il fuoco, irrita gola e polmoni e ammorba l’aria: possiamo tranquillamente dire che è un inquinante (è immediato fare, per estensione, un parallelismo tra il fuoco e gli inquinanti che fanno parte della nostra quotidianità).

Non vi è in generale un modo per impedire in modo assoluto che fatti spiacevoli come i sopraccitati accadano, e queto perché in realtà tutto si riduce a considerare che non è la tecnica (il dominio del fuoco nell’esempio specifico) a produrre il pericolo, bensì l’uomo che la controlla.

Alla luce di quanto appena detto, possiamo ora rispondere, forse con maggior cognizione di causa, alla domanda dalla quale siamo partiti: “Come porci nei confroti della tecnologia?”.

Non esprimerò un giudizio a proposito, lascerò che ognuno trovi una risposta, farò però una cosa, vi dirò la risposta che la storia ha da sempre dato: la tecnologia non può essere né abbandonata, né sopportata, l’uomo, fatta una conquista che gli rende più agevole l’esistenza, NON torna indietro, cerca di affrontare eventuali effetti collaterali indesiderati producendo una nuova tecnologia che inevitabilmente produce altri effetti collaterali, ai qual si fa fronte con altre scoperte, innescando un circolo che lascerò a voi giudicare se virtuoso o vizioso.

La storia ci fornisce quindi una risposta che parrebbe impossibile non accettare eppure, non riesco, da parte mia, a non fare un passo in più e a non pormi un ulteriore domanda:

“Fino a quando questo processo innovativo può continuare? Si arriverà infine ad un punto in cui le conseguenze diverranno impossibili da affrontare? Non ci siamo forse già arrivati, pur ostinandoci e convincendoci del contrario?”

Come per tutte le cose, il Tempo è il solo nostro Giudice imparziale…

martedì 16 ottobre 2007

Se la Terra muore per colpa degli alieni

Prendo in prestito umilmente ed indegnamente lo spazio sacro di Carlone scrivendo in piccolo per postare una cosa che sono sicuro avrebbe piacere di postare lui stesso. Quello che segue è uno scritto di Al Gore, fresco Nobel per la Pace, sulla situazione del nostro pianeta.

Noi, la specie umana, siamo arrivati a un momento cruciale e dobbiamo prendere una decisione. Non ha precedenti ed è perfino ridicolo per noi presumere di dover in verità scegliere consapevolmente in quanto specie, ma nondimeno questa è la sfida che dobbiamo raccogliere. Il nostro pianeta, la Terra, è in pericolo. Ciò che rischia di essere distrutto non è il pianeta stesso, bensì le condizioni che lo hanno reso in grado di ospitare gli esseri umani.

Senza renderci conto delle conseguenze delle nostre azioni, abbiamo iniziato a immettere talmente tanto biossido di carbonio nell'esile guscio d'aria che circonda il nostro pianeta che abbiamo letteralmente alterato l'equilibrio del calore esistente tra la Terra e il Sole. Se non smetteremo di farlo, e rapidamente, le temperature medie aumenteranno a livelli mai conosciuti in precedenza dagli uomini, e porranno fine al propizio equilibrio climatico dal quale dipende la nostra civiltà.

Negli ultimi 150 anni, in una frenetica accelerazione abbiamo prelevato crescenti quantità di carbonio dal sottosuolo - essenzialmente sotto forma di carbone e di petrolio - e l'abbiamo bruciato in modo tale da immettere nell'atmosfera terrestre 70 milioni di tonnellate di CO2 ogni 24 ore. Le concentrazioni di CO2 - che in almeno un milione di anni non avevano mai superato le 300 parti per milione - sono cresciute dalle originarie 280 parti per milione dell'inizio del boom del carbone alle 383 parti per milione di quest'anno.

Di conseguenza, molti scienziati oggi stanno mettendo in guardia dal fatto che ci stiamo avvicinando a molteplici "punti irreversibili di svolta" che potrebbero - nel volgere di dieci anni appena - renderci impossibile evitare di arrecare un danno irreparabile all'abitabilità del pianeta da parte della civiltà umana. Ancora negli ultimi mesi, nuovi studi hanno permesso di appurare che la calotta polare artica - che aiuta il pianeta a raffreddarsi - si sta sciogliendo a un ritmo di tre volte superiore a quanto abbiano previsto i modelli informatici più pessimisti.

Se non passiamo immediatamente all'azione, i ghiacci d'estate potrebbero scomparire del tutto in soli 35 anni. Similmente, vicino al Polo Sud, all'estremità opposta del pianeta, gli scienziati hanno scoperto che nell'Antartide Occidentale le nevi di un'area grande quanto la California si stanno sciogliendo. Questa non è una questione politica, bensì una questione etica, che concerne la sopravvivenza della civiltà umana. Non si tratta di sinistra contro destra, ma di ciò che è giusto contro ciò che è sbagliato. In parole povere, è incivile distruggere l'abitabilità del nostro pianeta e compromettere le prospettive di tutte le generazioni che verranno dopo di noi.

Il 21 settembre 1987 il presidente Ronald Reagan disse: "Nelle nostre ossessioni per gli antagonismi del contingente, spesso dimentichiamo quante cose uniscano tutti i membri del genere umano. Forse, per prendere atto dell'esistenza di questo vincolo comune, ci occorre una minaccia universale ed esterna. Di tanto in tanto penso a quanto rapidamente svanirebbero le differenze che ci caratterizzano se dovessimo improvvisamente far fronte a una minaccia aliena proveniente da fuori di questo mondo".

Oggi noi, tutti noi, dobbiamo far fronte a una minaccia universale. Quantunque non arrivi da fuori, nondimeno è di portata cosmica. Si consideri la realtà di due pianeti, Terra e Venere, aventi quasi esattamente le stesse dimensioni e quasi esattamente la stessa quantità di carbonio. La differenza tra loro è che la maggior parte del carbonio sulla Terra è nel terreno, lì depositata da varie forme di vita nel corso degli ultimi 600 milioni di anni, mentre la maggior parte del carbonio di Venere è nell'atmosfera. Di conseguenza, sulla Terra la temperatura media è pari a 15 gradevoli gradi Celsius, mentre la temperatura media su Venere arriva a 463,89 gradi Celsius. È vero, Venere è più vicina al Sole della Terra, ma la differenza non è imputabile alla nostra stella. Venere è mediamente tre volte più calda di Mercurio, che si trova vicinissimo al Sole. La colpa è dell'anidride carbonica. Questo pericolo, per di più, ci impone - come ha detto Reagan - di sentirci uniti nel prendere atto della nostra sorte comune.

L'operato dei singoli dovrà inoltre plasmare e ispirare l'azione dei governi. A questo proposito gli americani hanno una responsabilità del tutto particolare: nel corso di buona parte di tutta la nostra storia più recente, gli Stati Uniti e il popolo americano hanno assicurato la leadership morale nel mondo. Aver scritto la Carta dei Diritti, aver integrato la democrazia nella Costituzione, aver sconfitto il fascismo nella Seconda Guerra mondiale, aver rovesciato il Comunismo ed essere sbarcati sulla Luna: sono tutti risultati della leadership americana.

Oggi, ancora una volta, noi americani dobbiamo sentirci uniti e premere sul nostro governo affinché raccolga questa sfida globale. La leadership americana è un prerequisito essenziale per conseguire il successo. A questo fine dovremmo esigere che gli Stati Uniti aderiscano al trattato internazionale che entro i prossimi due anni si ripromette di tagliare le emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento del clima nella misura del 90 per cento nei Paesi sviluppati e di oltre la metà in tutto il mondo, così che la prossima generazione possa ereditare il pianeta Terra in buone condizioni di salute.

Questo trattato impone uno sforzo ulteriore. Sono orgoglioso del ruolo che ho ricoperto durante l'Amministrazione Clinton negoziando il Protocollo di Kyoto, ma credo che questo Protocollo ormai sia stato a tal punto demonizzato negli Stati Uniti da non poter più essere ratificato, proprio come l'Amministrazione Carter non ebbe la possibilità di ottenere la ratifica di un trattato allargato per la limitazione delle armi strategiche nel 1979. Oltre tutto, molto presto avranno inizio le trattative per un trattato sul clima molto più rigido.

Pertanto, come il presidente Reagan cambiò nome e modificò l'Accordo Salt (chiamandolo Start), dopo averne tardivamente ammessa l'esigenza, così il nostro prossimo presidente dovrà immediatamente adoperarsi per concludere in tempi brevissimi un nuovo e più rigido accordo per cambiare l'attuale situazione del clima. Dovremmo ambire a siglare tale nuovo trattato globale entro la fine del 2009, senza attendere il 2012 come attualmente previsto.

Se per l'inizio del 2009 gli Stati Uniti avranno già implementato un regime interno di riduzione delle emissioni di gas serra che provocano il riscaldamento del clima, non dubito che quando daremo all'industria un obiettivo, gli strumenti e la flessibilità per ridurre in modo rilevante le emissioni di anidride carbonica, allora riusciremo a portare a termine e a ratificare il nuovo trattato in tempi assai brevi. Dopo tutto, si tratta di un'emergenza planetaria.

Quel nuovo trattato avrà ancora, naturalmente, impegni differenziati: ai Paesi si chiederà di soddisfare requisiti diversi sulla base della loro quota o del loro contributo storico al problema e sulla base della loro effettiva e relativa capacità di accollarsi l'onere del cambiamento. La legge internazionale prevede questo precedente e del resto non esiste un altro modo di procedere.

Ci sarà chi cercherà di travisare questo schema e di usare motivazioni xenofobe o di protezione degli interessi della popolazione nativa a discapito degli immigrati per affermare che ogni Paese dovrebbe rispettare un medesimo standard, ma davvero crediamo che Paesi che hanno un quinto del nostro prodotto interno lordo - e che hanno contribuito quasi in nessun modo alla creazione di questa crisi - debbano accollarsi le stesse responsabilità degli Stati Uniti? Siamo davvero a tal punto intimoriti da questa sfida da non poterci mettere noi al comando?

I nostri figli hanno il diritto di pretendere molto di più da noi, considerato che è in gioco il loro futuro - e in realtà il futuro di tutta la civiltà umana. Meritano molto di più di un governo che censura le migliori prove scientifiche e perseguita gli uomini di scienza che onestamente cercano di metterci in guardia dalla catastrofe che incombe su noi tutti. Meritano molto di meglio dei politici che se ne stanno inoperosi, senza adoperarsi in nulla per far fronte alla più grossa sfida che il genere umano si sia mai trovato a dover affrontare, perfino nel momento in cui il pericolo avanza verso di noi minaccioso.

Preferibilmente dovremmo invece concentrarci sulle opportunità contemplate da questa stessa sfida: di sicuro si creeranno nuovi posti di lavoro e nuovi profitti quando le corporation si metteranno aggressivamente all'opera per non lasciarsi scappare le enormi opportunità economiche offerte da un futuro energetico pulito.

Ma ci sarà qualcosa di ancora più inestimabile da guadagnare se faremo ciò che è giusto fare. La crisi del clima ci offre infatti l'opportunità di sperimentare ciò che poche generazioni nel corso della Storia hanno avuto il privilegio di vivere: una missione generazionale, un obbiettivo morale coinvolgente, una causa comune, nonché il brivido di essere costretti dalle circostanze a mettere in disparte le meschinerie e i conflitti della politica per abbracciare un'autentica sfida etica e spirituale.




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