sabato 17 novembre 2007

Linguaggio e Comunicazione

In queste poche righe, vorrei riprendere in parte l’argomento discusso nella scorsa puntata, la scrittura, parlando più in generale del linguaggio.

Per prima cosa, vorrei sottolineare un fatto che sebbene possa risultare poco immediato, è decisamente curioso e mi ha dato molto da pensare: l’uomo è l’unico essere vivente che è in grado di emettere, con la voce, suoni articolati e complessi. Se si escludono infatti alcuni uccelli (sui quali poi farò qualche commento), capaci di riprodurre dei suoni identici alle parole “umane”, il linguaggio di ogni altro animale si riduce ad un insieme di “semplici” emissioni modulate di aria, cui diamo il nome di “versi”.
La prima cosa che viene naturale chiedersi è se la capacità distintiva dell’uomo di produrre suoni articolati sia attribuibile solamente ad un maggiore sviluppo del cervello, o se piuttosto esista un qualche limite fisico che non consenta agli altri animali di pronunciare suoni analoghi alle parole umane. La risposta a tale domanda è, come spesso accade in questi casi, entrambe le cose. Sicuramente gli altri animali non hanno uno sviluppo cerebrale sufficiente da essere in grado, come l’uomo, di riuscire ad associare ad un suono-parola un concetto astratto o un oggetto, tramite una scelta convenzionale e consapevole (cioè solo l’uomo è in grado, a seguito di una scelta puramente convenzionale, di associare al suono che emette quando pronuncia la parola “piede” il concetto stesso di piede). Ma oltre a questo limite, che potremmo definire intellettuale, ve ne è uno puramente fisico: tutti gli animali, primati compresi, hanno l’epiglottide troppo vicina al palato e questo, fa sì che non ci sia spazio sufficiente perchè la laringe modifichi i suoni prodotti dalle corde vocali permettendo in tal modo l’articolazione delle sillabe che compongono una parola. Per capire questa affermazione, occorre che faccia una breve parentesi dando, senza la pretesa di essere esaustivo e rigoroso, qualche nozione di anatomia. Esistono due “condotti” denominati faringe e laringe che attraverso la bocca consentono l’accesso rispettivamente del cibo allo stomaco e dell’aria ai polmoni. L’epiglottide è una piccola membrana (immaginatela come una piccola fogliolina) che rimane chiusa sopra la laringe quando inghiottiamo un boccone, per evitare che il cibo finisca accidentalmente nei polmoni, e che invece si apre quando dobbiamo emettere aria per parlare e respirare (ecco perché si dice sempre di non parlare quando si mangia, perche se mentre inghiottiamo il cibo parliamo, alziamo l’epiglottide e permettiamo al cibo di finire nelle vie respiratorie, ostruendole). Solo l’uomo ha una struttura dell’apparato boccale tale da consentire all’epiglottide la mobilità necessaria a modulare l’aria in modo da produrre i suoni complessi delle parole; il quadro si completa se teniamo conto che l’uomo è inoltre dotato di molti muscoli facciali che gli consentono di affinare ulteriormente l’articolazione delle sillabe.
Negli uccelli “parlatori” invece, la capacità di riprodurre suoni simili alle parole umane è dovuta ad un particolare organo, la siringe; il limite di questi uccelli sta tuttavia nell’incapacità di associare al suono prodotto, il concetto concreto o astratto ad esso associato (cioè pur potendo l’uccello pronunciare la parola “piede”, non è in grado di associare a questo suono il concetto stesso di piede come è invece in grado di fare l’uomo).

Spostiamo ora l’attenzione sul linguaggio vero e proprio. Nella Bibbia è riportato il celebre racconto della Torre di Babele. In esso si narra che i discendenti di Noè furono puniti da Dio per aver avuto l’ardire di scalare il Cielo: il Signore confuse la loro unica lingua in una miriade di lingue tra loro tutte diverse, gettandoli nel caos.
Come spesso accade i racconti biblici, sebbene richiedano un’interpretazione adeguata, rispecchiano la realtà dei fatti e questo caso non fa eccezione. Circa 100 mila anni fa (quindi molto prima della collocazione temporale data dalla Bibbia) esisteva un’unica lingua, quella parlata dalle prime conmunità di uomini sapiens; essa poi si suddivise in più idiomi a mano a mano che gli uomini iniziarono a spostarsi e a colonizzare le altre zone del mondo, l’Asia (60 mila anni fa circa) l’Europa (35 mila anni fa circa) e le Americhe (15-35 mila anni fa). L’apice di questa diversificazione si raggiunse circa 15 mila anni fa quando al mondo si contavano all’incirca 10 mila idiomi differenti. Oggi ne sono sopravvissuti solo 6 mila, il numero è diminuito a seguito del fatto che molte comunità hanno esteso la propria area di influenza e quindi molti idiomi sono stati acquisiti da altri o sono scomparsi del tutto.
Sebbene non esistano prove sperimentali dirette (cioè quelle prove tanto amate dagli scienziati più intransigenti) della correttezza di questa tesi, essa è sicuramente frutto di quelle che si potrebbero definire “ragionevoli congetture” che fanno capo ad un concetto semplice e convincente: essendo la lingua una consapevole e concordata scelta convenzionale (come già osservato, è una pura convenzione associare al suono “piede” il concetto stesso di piede), se due lingue esprimono un medesimo concetto con parole che hanno la stessa radice, esse devono probabilmemte discendere da uno stesso idioma un tempo unico.

Al “naturale” processo di separazione delle lingue, in età moderna si è cercato e si cerca di contrapporre la tendenza opposta, quella di creare un linguaggio universale. Ci si è provato con l’Esperanto a fine 1800 e ci si sta provando con l’Inglese ai nostri giorni. Oggi l’esigenza di comunicare con gli altri è diventata una quasi ossessiva necessità, una necessità che se ci pensate, quando parliamo con uno straniero, cerchiamo di superare un po’ goffamente aiutandoci con gesti e mimando le parole (un po’ come avranno fatto i nostri antenati primitivi). Purtroppo questa volontà di dialogare con chi è “diverso” da noi è affiancata dalla triste verità dei fatti, fatti di guerre, stragi e sangue.

Il mio augurio e la mia speranza sono che nella nostra generazione, fatta di giovani e ragazzi, la necessità di dialogare abbia il sopravvento su quella di imporsi…

mercoledì 7 novembre 2007

La scrittura e il suo potere "metafisico"

Nell’ultima puntata di Radiobaldanza, si è parlato in un paio di occasioni della scrittura. Quello della scrittura è un argomento che, personalmente, trovo molto affascinante: ho quindi deciso di dedicargli queste poche righe, nella speranza che tutti riescano ad apprezzarne l’incredibile e seducente potere.

Vale la pena, prima di aggredire al cuore l’oggetto di questa dissertazione, puntellare e inquadrare il discorso con alcune tappe storiche che hanno cronologicamente segnato l’evoluzione della scrittura.

La primeva forma di scrittura, è costituita sicuramente dai graffiti. I più antichi graffiti, incisi sulle rocce dall’uomo, risalgono a 35 mila anni fa. Molti studiosi dibattono ancor’oggi, sulla questione di considerarli alla stregua di una primitiva espressione artistica, piuttosto che ritenerli un codice comunicativo vero e proprio; personalmente ritengo che questo tentativo di scindere le due cose sia inadeguato e sterile: i graffiti sono un atto consapevole, comunque lo si voglia etichettare, che manifesta la ferma volontà di esprimersi, comunicare e trasmettere agli altri informazioni e/o emozioni. Il principale punto di forza di questi disegni, più specificatamente definiti “pittogrammi”, è il fatto di poter essere compresi da chiunque, indipendentemente dalla lingua parlata. Una cosa simile se pur non del tutto analoga, avviene con gli ideogrammi cinesi (nati attorno al 1500 a.C.), in cui ogni simbolo corrisponde esattamente a ciò che si vuole indicare: ad esempio il simbolo che indica l’albero permette al lettore di capire che si sta considerando appunto un albero senza che il lettore stesso debba necessariamente sapere come si pronunci nella lingua parlata l’ideogramma corrispondente. Se da un lato, questo conferisce alla scrittura cinese (e similarmente alla scrittura pittografica) una certa universalità, dall’altro paradossalmente le conferisce elitarietà nel senso che il numero di ideogrammi necessari per rappresentare le parole senza equivoci diviene coì grande da poter essere conosciuto solo da pochissime persone (nel 1716 il dizionario cinese K’anghsi catalogava 40545 simboli). L’intuizione che permise di superare gli evidenti limiti della scrittura pittografica, si ebbe tra il 4000 e il 3500 a.C. quando, in Mesopotamia, fu introdotta la scrittura cuneiforme nella quale si perdeva per la prima volta rispetto al passato, la corrispondenza diretta tra i segni (in tutto i simboli cuneiformi erano circa 1500) e gli oggetti ad essi corrispondenti. Nel 3000 a.C. in Egitto, nacque la scrittura geroglifica, che almeno in un primo momento, fu del tutto analoga a quella basata sugli ideogrammi, con l’unica differenza che i disegni pur ispirandosi ad oggetti comuni (occhio, falco, piede…) potevano indicare sia l’oggetto concreto, sia i concetti astratti ad esso associati (ad esempio all’ideogramma “piede”, si poteva associare concretamente il piede, ma anche l’azione del caminare o del correre). Agli Egizi, va riconosciuto il merito di avere introdotto la prima forma di linguaggio acrofonico, per cui ad un geroglifico, non viene più attribuito il concetto ad esso legato, ma il suono iniziale della parola rappresentata (per tornare all’esempio del piede è come se disegnando un piede si indicasse il suono “p”). Questo concetto permise di compiere il primo passo verso il concepimento dell’alfabeto (il primo alfabeto fece la sua comparsa attorno al 1800 a.C. nella penisola del Sinai), e permise una consistente e positiva riduzione dei simboli necessari alla comunicazione (uno solo per ciascun suono esistente). Seguì quindi, in modo quasi naturale, la nascita degli alfabeti moderni, in particolare quello greco (750 a.C.), quello etrusco (650 a.C) e quello latino (500 a.C).

Fatto questo excursus storico, vorrei affrontare il cuore del discorso, soffermandomi su un aspetto della scrittura che è, per me, motivo di costante emozione, una cosa che davvero mi rende orgoglioso di far parte del genere umano. Il più grande potere della scrittura è il fatto che attraverso l’uso ordinato e codificato di un numero (tra l’altro molto contenuto e quindi estremamente ottimizzato) di segni, è possibile cogliere e “intrappolare” qualcosa che si può effettivamente definire metafisico, che va cioè al di là della realta fisica presente. La scrittura, ci permette infatti di esprimere concetti astratti anche molto complessi, di evocare immagini lontane e ricordi ma, soprattutto, la scrittura è uno strumento capace di generare emozioni, attivare qualcosa nel nostro cuore che ci fa scalpitare, commuovere, arrabbiare… Che, in altre parole, ci fa sentire vivi. Proprio adesso, proprio mentre sto ordinando questi segni, le lettere, sul foglio digitale, il “potere” della scrittura si sta manifestando in tutta la sua bellezza e vi confesso che al solo pensarci sono animato da una gioia irrefrenabile; eppure questo stesso “potere” si mostra in qualche modo limitato perché sono consapevole dell’impossibilità, da parte della scrittura, di incatenare nei ceppi delle parole i sentimenti che animano il nostro intimo. A tale proposito, mi piace sempre citare due filosofi: Platone (427–347 a.C.), il quale osteggiava la scrittura rinfacciandole il limite di “fingere di ricreare fuori della mente ciò che può esistere solo al suo interno”, e Socrate (469–399 a.C.), che sottolineava come da uno scritto statico, non potesse scaturire la conoscenza frutto unicamente del dialogo e del confronto. Eppure a pensarci, se il loro pensiero è arrivato a noi, qualcuno avrà pur dovuto scrivere…

Ancora oggi la scrittura affascina e divide gli studiosi, alcuni sulla falsa riga di Platone e Socrate, la accusano di impigrire la mente imprigionando quest’ultima nella fissità delle parole, altri le riconoscono invece la capacità di stimolare la mente dal momento che costringono quest’ultima a compiere lo sforzo di sopperire alla mancanza della gestualità che si ha tipicamente nel parlare o lo sforzo di riscrivere e ripensare una frase più volte cambiandola e rimodellandola per renderla più chiara.

Personalmente, non ho interesse ad esprimere un giudizio relativamente alla propedeuticità o meno della scrittura, perché in una certa misura sarebbe come chiedersi a cosa servano, la pittura, la musica o l’arte in generale: esse fanno tutte parte di ciò che mi piace definire una Non-Necessaria-Necessità, che ci permettono di raggiungere la più elevata e pura realizzazione di noi stessi e che segnano il confine tra il Vivere e il mero sopravvivere.

Il mio, non vuole essere altro che un invito; un invito a scrivere, a dipingere, a suonare, a dialogare, a confrontarsi, a sognare e ad amare, perché stolto è chi pensa che, ala fine, siamo solo carne e sangue…




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