Linguaggio e Comunicazione
In queste poche righe, vorrei riprendere in parte l’argomento discusso nella scorsa puntata, la scrittura, parlando più in generale del linguaggio.
Per prima cosa, vorrei sottolineare un fatto che sebbene possa risultare poco immediato, è decisamente curioso e mi ha dato molto da pensare: l’uomo è l’unico essere vivente che è in grado di emettere, con la voce, suoni articolati e complessi. Se si escludono infatti alcuni uccelli (sui quali poi farò qualche commento), capaci di riprodurre dei suoni identici alle parole “umane”, il linguaggio di ogni altro animale si riduce ad un insieme di “semplici” emissioni modulate di aria, cui diamo il nome di “versi”.
La prima cosa che viene naturale chiedersi è se la capacità distintiva dell’uomo di produrre suoni articolati sia attribuibile solamente ad un maggiore sviluppo del cervello, o se piuttosto esista un qualche limite fisico che non consenta agli altri animali di pronunciare suoni analoghi alle parole umane. La risposta a tale domanda è, come spesso accade in questi casi, entrambe le cose. Sicuramente gli altri animali non hanno uno sviluppo cerebrale sufficiente da essere in grado, come l’uomo, di riuscire ad associare ad un suono-parola un concetto astratto o un oggetto, tramite una scelta convenzionale e consapevole (cioè solo l’uomo è in grado, a seguito di una scelta puramente convenzionale, di associare al suono che emette quando pronuncia la parola “piede” il concetto stesso di piede). Ma oltre a questo limite, che potremmo definire intellettuale, ve ne è uno puramente fisico: tutti gli animali, primati compresi, hanno l’epiglottide troppo vicina al palato e questo, fa sì che non ci sia spazio sufficiente perchè la laringe modifichi i suoni prodotti dalle corde vocali permettendo in tal modo l’articolazione delle sillabe che compongono una parola. Per capire questa affermazione, occorre che faccia una breve parentesi dando, senza la pretesa di essere esaustivo e rigoroso, qualche nozione di anatomia. Esistono due “condotti” denominati faringe e laringe che attraverso la bocca consentono l’accesso rispettivamente del cibo allo stomaco e dell’aria ai polmoni. L’epiglottide è una piccola membrana (immaginatela come una piccola fogliolina) che rimane chiusa sopra la laringe quando inghiottiamo un boccone, per evitare che il cibo finisca accidentalmente nei polmoni, e che invece si apre quando dobbiamo emettere aria per parlare e respirare (ecco perché si dice sempre di non parlare quando si mangia, perche se mentre inghiottiamo il cibo parliamo, alziamo l’epiglottide e permettiamo al cibo di finire nelle vie respiratorie, ostruendole). Solo l’uomo ha una struttura dell’apparato boccale tale da consentire all’epiglottide la mobilità necessaria a modulare l’aria in modo da produrre i suoni complessi delle parole; il quadro si completa se teniamo conto che l’uomo è inoltre dotato di molti muscoli facciali che gli consentono di affinare ulteriormente l’articolazione delle sillabe.
Negli uccelli “parlatori” invece, la capacità di riprodurre suoni simili alle parole umane è dovuta ad un particolare organo, la siringe; il limite di questi uccelli sta tuttavia nell’incapacità di associare al suono prodotto, il concetto concreto o astratto ad esso associato (cioè pur potendo l’uccello pronunciare la parola “piede”, non è in grado di associare a questo suono il concetto stesso di piede come è invece in grado di fare l’uomo).
Spostiamo ora l’attenzione sul linguaggio vero e proprio. Nella Bibbia è riportato il celebre racconto della Torre di Babele. In esso si narra che i discendenti di Noè furono puniti da Dio per aver avuto l’ardire di scalare il Cielo: il Signore confuse la loro unica lingua in una miriade di lingue tra loro tutte diverse, gettandoli nel caos.
Come spesso accade i racconti biblici, sebbene richiedano un’interpretazione adeguata, rispecchiano la realtà dei fatti e questo caso non fa eccezione. Circa 100 mila anni fa (quindi molto prima della collocazione temporale data dalla Bibbia) esisteva un’unica lingua, quella parlata dalle prime conmunità di uomini sapiens; essa poi si suddivise in più idiomi a mano a mano che gli uomini iniziarono a spostarsi e a colonizzare le altre zone del mondo, l’Asia (60 mila anni fa circa) l’Europa (35 mila anni fa circa) e le Americhe (15-35 mila anni fa). L’apice di questa diversificazione si raggiunse circa 15 mila anni fa quando al mondo si contavano all’incirca 10 mila idiomi differenti. Oggi ne sono sopravvissuti solo 6 mila, il numero è diminuito a seguito del fatto che molte comunità hanno esteso la propria area di influenza e quindi molti idiomi sono stati acquisiti da altri o sono scomparsi del tutto.
Sebbene non esistano prove sperimentali dirette (cioè quelle prove tanto amate dagli scienziati più intransigenti) della correttezza di questa tesi, essa è sicuramente frutto di quelle che si potrebbero definire “ragionevoli congetture” che fanno capo ad un concetto semplice e convincente: essendo la lingua una consapevole e concordata scelta convenzionale (come già osservato, è una pura convenzione associare al suono “piede” il concetto stesso di piede), se due lingue esprimono un medesimo concetto con parole che hanno la stessa radice, esse devono probabilmemte discendere da uno stesso idioma un tempo unico.
Al “naturale” processo di separazione delle lingue, in età moderna si è cercato e si cerca di contrapporre la tendenza opposta, quella di creare un linguaggio universale. Ci si è provato con l’Esperanto a fine 1800 e ci si sta provando con l’Inglese ai nostri giorni. Oggi l’esigenza di comunicare con gli altri è diventata una quasi ossessiva necessità, una necessità che se ci pensate, quando parliamo con uno straniero, cerchiamo di superare un po’ goffamente aiutandoci con gesti e mimando le parole (un po’ come avranno fatto i nostri antenati primitivi). Purtroppo questa volontà di dialogare con chi è “diverso” da noi è affiancata dalla triste verità dei fatti, fatti di guerre, stragi e sangue.
Il mio augurio e la mia speranza sono che nella nostra generazione, fatta di giovani e ragazzi, la necessità di dialogare abbia il sopravvento su quella di imporsi…

