giovedì 20 dicembre 2007

Alimentazione... Questione di Bilancio

Le feste natalizie sono ormai alle porte; le case si riempiono di addobbi colorati, le città cambiano vestito agghindandosi di insegne luminose, le strade si riempiono di gente che, frettolosa, si prepara alla corsa ai regali e sulle nostre tavole iniziano a fare la loro comparsa cibi e dolci tipici del Natale.

Il Natale è sicuramente, tra le feste, quella a carattere maggiormente familiare, nel senso che tipicamente viene trascorsa a casa con amici e parenti; le nostre tavole si riempiono di dolci tipici e di cibi molto ricchi e gustosi, quindi molto calorici. Senza voler togliere nulla alla magia del Natale, vorrei cogliere l’occasione dell’approssimarsi di questa festa, per parlarvi un po’ di alimentazione e di diete.
In queste poche righe non ho né la pretesa di essere esaustivo, né quella di esprimere pareri medici, vorrei però affrontare il tema dell’alimentazione per dispensare qualche utile consiglio in modo da vivere in modo più equilibrato e sano sentendosi meglio con se stessi. Come mia consuetudine, cercherò di affrontare la suddetta tematica avendo sott’occhio sia il lato scientifico, sia quello umano perché sono convinto che, in ogni cosa, queste due dimensioni formino una sinergica ed imprescindibile dicotomia.
Ho già precisato di non essere un medico, tuttavia la mia formazione culturale “fisico-scientifica”, mi offre delle basi solide sulle quali fondare le mie argomentazioni. In fisica ci sono alcuni principi dai quali non si “scappa”, uno di questi è il concetto di conservazione, che riassunto in modo molto semplice recita nel seguente modo: “A prescindere da quali e quanti processi e trasformazioni un generico sistema può subire, il bilancio finale di masse ed energia deve mantenersi costante”. Detto in altri termini, nulla si crea e nulla si distrugge, semplicemente… Si trasforma.
Assumendo questo, come punto fisso, non è difficile immaginare ciascuno di noi, come un sistema nel quale introduciamo energia (le famose calorie dei cibi) quando mangiamo, e spendiamo energia quando compiamo una qualsiasi attività: in definitiva, il nostro peso non è altro che un bilancio tra questi due “processi” concorrenti. Se la quantità di calorie che introduciamo col cibo è superiore a quella che siamo in grado di smaltire, ingrassiamo, se è inferiore, perdiamo peso e se invece il computo di calorie assunte e bruciate è in equilibrio, l’ago della bilancia rimane fisso e stabile.
Detto in questi termini, sembra tutto tremendamente banale e in effetti è proprio così: con una serie di semplici “conti”, possiamo tenere sotto controllo il nostro peso e addirittura possiamo programmare in quanto tempo perdere gli eventuali chili di troppo.

Il calcolo per organizzare il proprio programma alimentare si compone di pochi ed elementari punti:
1) Dobbiamo anzi tutto definire le condizioni iniziali del nostro “sistema”: il peso del nostro corpo. Esiste un metodo piuttosto semplice per calcolare il peso ideale di una persona, la stima che ne deriva, non deve essere presa come una verità assoluta, ma è comunque molto utile per capire se si è o meno vicini al peso ideale. Il peso ideale è dato dall’Indice di Massa Corporea (IMC), che si calcola dividendo per due volte il proprio peso (espresso in chilogrammi - kg) per la propria altezza (espressa in metri - m). Ad esempio per una persona di 70 kg alta 1.80 m, l’IMC è dato da (70/1.8)/1.8=21.6. Se l’IMC è inferiore a 18.5 si è sottopeso, se è compreso tra 18.5 e 24.9 si è nella fascia di “normalità”, se è tra 25 e 30 si à sovrappeso e infine, se è superiore a 30 si è obesi. Dunque, l’IMC definisce il primo dato del nostro programma: le nostre condizioni iniziali.

2) Il secondo dato di cui abbiamo bisogno è il cosiddetto fabbisogno calorico, che è definito come la quantità di calorie che occorre al nostro organismo per automantenersi e per compiere azioni. Il fabbisogno calorico di una persona adulta che trascorra, ipoteticamente, 24 ore su 24 a letto, è di circa 1200 chilocalorie al giorno (più o meno due piatti di pasta all’uovo condita). Di queste, circa 800 servono per le attività metaboliche dell’organismo (respirazione, battito cardiaco, funzioni nervose…); le restanti servono per digerire e assimilare gli alimenti. Per le persone che conducono invece una normale attività lavorativa d’ufficio, il fabbisogno si aggira attorno alle 1800-2000 chilocalorie circa (le donne, un po’ meno degli uomini). Se poi si fa anche dell’attività fisica, il fabbisogno può salire a 2500 o più. Questi dati sono ovviamente indicativi e possono variare molto da individuo ad individuo. Con in testa questa informazione e prendendo il dato indicativo di 2000 chilocalorie come fabbisogno medio giornaliero abbiamo un primo risultato: se, a partire dalle nostre condizioni iniziali, introduciamo giornalmente circa 2000 chilocalorie, il nostro “sistema-organismo” rimane stabile, cioè non ingrassiamo e non dimagriamo.

3) Come fare allora per spostarsi dalla condizione di equilibrio, magari in modo “controllato”? Per spostarsi dalla stabilità in maniera controllata, occorre una terza e ultima informazione: il rapporto funzionale tra calorie e chilogrammo di peso è all’incirca pari a 7000 chilocalorie per ogni chilogrammo di grasso. Questo significa che se ipoteticamente mangiassimo una quantità di cibo superiore di circa 7000 chilocalorie al nostro fabbisogno giornaliero (le circa 1800-2000 chilocalorie sopraccitate), ingrasseremmo di un chilo; oppure, volendola vedere nel senso opposto, mangiando circa 1000 chilocalorie in meno al giorno rispetto al nostro fabbisogno, in circa 7 giorni perderemmo un chilogrammo di peso.
Con questi tre dati: 1) Condizioni iniziali, 2) Fabbisogno calorico giornaliero, 3) Rapporto funzionale chilocalorie/kg di peso, abbiamo dunque tutti gli elementi per organizzare il nostro programma di bilanciamento e controllo del peso. In realtà a questo semplice calcolo vanno aggiunte due precisazioni che costituiscono, volendo rimanere schematici i punti 4) e 5) del nostro programma.

4) Il fabbisogno calorico giornaliero, dovrebbe essere ripartito nelle seguenti percentuali: 25% a colazione, 30-40% a pranzo, 10% per gli spuntini e la restante parte 35-25% a cena. Queste percentuali singolarmente non dicono molto, ma se le analizziamo in termini relativi, appare evidente che il pasto principale e più ricco dovrebbe essere il pranzo, cena e colazione devono avere invece un apporto calorico più contenuto e all’incirca equivalente (quindi è fondamentale cancellare la brutta abitudine di non fare colazione); gli spuntini infine, dovrebbero avere lo scopo di spezzare il digiuno tra i pasti principali, consentendo quindi di non arrivare a tavola affamati e di poter in questo modo ridurre, almeno in parte, la necessità di cibo.

5) Occorre, come ormai ognuno di noi sa, “mangiare poco di tutto”, perché solo in questo modo saremo in grado di fornire all’organismo tutte le sostanze nutritive di cui ha bisogno costringendolo allo stesso tempo, grazie al nostro regime alimentare bilanciato, ad intaccare le sostanze di riserva come zuccheri e grassi che ci rendono “sovrappeso”.
A tal proposito vale la pena precisare che le diete “commerciali”, che promettono la perdita di diversi chili in pochi giorni, in genere funzionano sul breve periodo, ma possono provocare alla lunga dei disturbi gravi e inoltre, dopo pochi giorni in cui si riprendono regimi alimentari “normali” i chili persi ritornano inesorabilmente. Il motivo di questo rapido recupero dei chili persi, è dovuto al fatto che in generale nelle diete “commerciali” si riduce l’apporto di carboidrati (pane, pasta…) e quindi l’organismo inizia ad intaccare le riserve di glicogeno (che è la forma con cui i carboidrati stessi si accumulano in fegato e muscoli) del corpo. Ogni grammo di glicogeno è associato a 3 millilitri di acqua, quindi il dimagrimento che si ottiene è in realtà dovuto alla perdita delle riserve idriche prima, e di altre riserve di proteine e grassi contenute nei muscoli poi. Appena si riprende un regime alimentare “normale” anche queste riserve tornano a livelli “normali” e i chili persi tornano inesorabilmente.

Avendo questi punti in testa, mi sento quindi di darvi i seguenti consigli. Per prima cosa calcolate il vostro Indice di Massa Corporea (IMC), per capire indicativamente quale sia la vostra situazione iniziale.
Mangiate un po’ di tutto, variando nel corso della settimana e stando attenti a ripartire le proporzioni dei pasti secondo la regola del pollice delle percentuali che abbiamo visto al punto (4).
Se sentite la necessità di perdere qualche chilo ricordate la regoletta del rapporto “chilocaloria/chilogrammo di grasso = 7000” e organizzate di conseguenza la vostra alimentazione in base all’arco temporale in cui volete raggiungere l’obiettivo. Per aiutarvi in questo guardate i valori nutrizionali riportati ormai sulle etichette di tutti i cibi, in modo da avere un’idea dell’apporto calorico di ciò che state ingerendo: potrete ottenere un calcolo almeno indicativo delle calorie giornaliere assunte.

Prima di concludere vorrei dare una piccola chicca: “Bere acqua fredda fa dimagrire”. Infatti la caloria è definita come la quantità di energia che dobbiamo fornire ad 1 grammo di acqua per aumentarne di un grado la temperatura (esattemente per portarla da 14.5 a 15.5 °C). Ne deriva che se bevete 1 litro di acqua (pari circa a 1000 grammi) che si trova ad una temperatura di 27 °C, il vostro corpo che si trova all’incirca ad una temperatura di 37 °C, deve scaldarla, spendendo esattamente (37-27)°Cx1000grammix1caloria=10000calorie=10chilocalorie (che sono in ogni caso, decisamente poca cosa rispetto alle 2000 chilocalorie che costituiscono il nostro fabbisogno giornaliero).

Infine, vorrei concludere facendo una breve osservazione su quanto discusso, ponendo l’accento sull’aspetto “umano” e non su quello scientificoscientifico. Non dimenticatevi che mangiare è una necessità ma anche un piacere, mangiate tutto ciò che vi piace, magari senza esagerare nelle quantità, perché in fondo l’importante è sentirsi bene e qualche rotondità in meno, non vale certo come un sorriso sincero o un contagioso buon umore…

giovedì 13 dicembre 2007

Un Apocalittico Futuro di Speranza

In questi primi giorni di Dicembre, in Italia, è avvenuto un episodio che mi ha fatto molto riflettere e che mi ha definitivamente aperto gli occhi di fronte ad un problema che ho sempre tenuto in massima considerazione, ma che ora si è fatto molto più pressante: il problema di trovare, al più presto, fonti di energia alternative al petrolio.

Ma è meglio procedere per ordine iniziando con l’illustrare il sopraccitato episodio, che ha scatenato le mie riflessioni. Martedì 11 Dicembre 2007, in Italia è stato indetto dagli autotrasportatori, uno sciopero generale ad oltranza; i camionisti hanno fermato i propri tir, paralizzando il traffico delle principali metropoli, bloccando il transito attraverso i valichi di frontiera e, soprattutto, arrestando completamente la consegna dei beni di consumo, dagli alimenti, ai medicinali, alla benzina.

I risultati dello sciopero.
I supermercati sono stati assaltati nel vero senso della parola, e in poche ore hanno esaurito le proprie scorte lasciando solo scaffali vuoti e silenziosi laddove poco prima si trovavano beni di ogni tipo.
I benzinai sono stati presi d’assedio, lunghe file di automobili in coda anche per ore, alla caccia degli ultimi litri di benzina: nel giro di meno di mezza giornata tutti i pozzi dei distributori sono stati prosciugati e le insegne luminose e sgargianti hanno lasciato il posto a tristi cartelli su cui campeggiavano le scritte “esaurito” o “chiuso”.

Questa situazione mi ha fatto riflettere molto e mi ha portato ad una serie di conclusioni. Innanzi tutto ha dimostrato la triste realtà in cui versa il nostro paese, la bella Italia, un paese dove il trasporto su gomma è ancora predominante, dove non esistono alternative efficaci di consegna delle merci e di spostamento e dove una categoria, gli autotrasportatori nel caso specifico, tiene in pugno, passatemi l’immagine molto estremizzata, le sorti di una nazione intera. La cosa è preoccupante perché ormai le risorse di petrolio del pianeta iniziano a scarseggiare e il prezzo del barile lambisce la soglia dei 100 dollari: nel giro di pochi anni se le cose non cambieranno, l’Italia passerà dall’essere uno dei paesi più industrializzati e sviluppati del globo, all’essere un paese alla soglia della povertà, proprio perché quando i costi del petrolio diverranno insostenibili, non sapremo come mandare avanti le nostre aziende, schiavi come siamo, dell’oro nero e dei suoi derivati per i quali ad oggi non esiste una valida alternativa. Questo problema, sebbene molto importante campanilisticamente parlando, è di interesse minore se confrontato con quello che potrebbe accadere a livello mondiale. Il caos che il blocco dei tir ha creato in Italia ha avuto, a mio avviso un grande merito, quello di metterci di fronte ad una possibile e quanto mai profetica rappresentazione del futuro che ci accingiamo ad affrontare.
Mercoledì 12 Dicembre 2007, mentre ero in auto e mi recavo al lavoro, vedendo le file chilometriche di auto ai distributori, con gente che si urlava contro e si dava addosso, ho avuto come un flash, un’immagine che è svanita quasi subito nel tempo di un battito d’ali, eppure così tremendamente nitida: ho visto un futuro, non molto lontano in cui terminata la disponibiltà di petrolio, la gente darà sfogo al peggio di sé, si vedranno scene di “ordinaria follia”, si arriverà alla violenza e forse anche ad uccidere solo per ottenere gli ultimi litri del prezioso oro nero. Probabilmente, scoppieranno guerre apocalittiche tra gli stati, per il controllo delle ultime risorse e l’uomo, dopo millenni di evoluzione, subirà un percorso involutivo che lo porterà molto vicino ad uno stato “selvatico” in cui si troverà a lottare con i “moderni artigli” per avere il sopravvento sui suoi avversari, coloro che poco prima non esitava a chiamare suoi simili e suoi fratelli.

Questa immagine è senza dubbio molto forte, forse esagerata eppure non credo che sia poi così assurda, d’altra parte gli spiacevoli fatti di questi giorni lo hanno dimostrato chiaramente: se l’idea di rimanere solo per qualche giorno senza benzina o coi frigoriferi semivuoti, ha prodotto una caccia spietata alle ultime risorse, mi chiedo: “E’ davvero così inconcepibile, così del tutto impensabile prevedere scene apocalittiche quando la prospettiva sarà quella di un esaurimento definitivo del cibo e della benzina facilmente reperibili?”.

Il mio è quindi un invito forte, un grido disperato a cambiare, a trovare fonti di energia alternative al petrolio, non solo a questo punto per il bene del nostro pianeta, ma soprattutto per la sopravvivenza del genere umano, per evitare che la nostra tanto ostentata capacità intellettiva che ci consente, unici, di dipingere, di scrivere musica, di creare arte, di assaporare la vita, sia sopraffatta da primordiali istinti animaleschi.

La storia ci insegna che quando una tecnologia porta degli effetti negativi, l’uomo riesce a metterne a punto un’altra che risolva tali problemi, spesso portandone con sé di nuovi. Beh, io prendo una posizione chiara a riguardo: smettiamo di pensare che la nostra sopravvivenza per il futuro arriverà come una sorta di “Deus ex machina” dall’auto ad idrogeno o da qualsiasi altra invenzione. Sicuramente tali scoperte daranno una mano, ma dovremo essere noi a fare delle nostre comodità un uso più saggio, più consapevole avendo rispetto per esse e sapendo che esse non ci sono “dovute”, dobbiamo usarle come un dono prezioso avendone cura e rispetto. Questo non significa che dobbiamo rinunciare alle nostre comodità tecnologiche, ma solo che dobbiamo farne un uso più intelligente e consapevole, affinchè i nostri figli e i nostri nipoti possano ricordarci non come coloro che hanno lasciato dietro di sé, in eredità, povertà, morte e distruzione, ma come coloro che hanno piantato il seme della speranza… La speranza di un mondo in cui ogni realtà e ogni individualità animata o inanimata che sia, risulti in armonioso equilibrio con le altre…

domenica 9 dicembre 2007

Il Cervello e i suoi meccanismi

In queste poche righe, vorrei continuare il viaggio iniziato nella scorsa puntata di Radiobaldanza, attraverso il “pianeta uomo”: intendo farlo parlando del cervello. Il cervello dei vertebrati, e più specificatamente quello umano, è forse la “macchina” più complessa che esista sulla Terra; per quanto ci si possa sforzare infatti, è impossibile trovare qualcosa che abbia un grado di organizzazione e strutturazione funzionale anche solo lontanamente paragonabili ad esso.

Il cervello umano, pesa all’incirca 1300-1500 grammi ed è quindi piuttosto “denso” se si pensa che le sue dimensioni in proporzione al resto del corpo sono piuttosto limitate. Esso è il frutto di successive evoluzioni durate millenni che lo hanno portato al suo stato attuale. Se lo si analizza un po’ più nel dettaglio, si nota che nel cervello sono ben distinguibili alcune strutture principali.La prima, la più primitiva, comprende il cervelletto e le parti del midollo spinale che si allungano nel cervello: essa è specializzata nel controllo delle funzioni involontarie del nostro organismo (respirazione, battito cardiaco…). Davanti al cervelletto, troviamo poi il cosiddetto sistema limbico che contiene strutture come talamo, ipotalamo, ipofisi e ippocampo da cui provengono sensazioni come fame, sete o desiderio sessuale. Infine, vi è la corteccia, che è la parte piu’ moderna: comprende due emisferi, destro e sinistro, ed è solcata da una serie di fenditure che consentono di distinguere alcune zone funzionali dette lobi, il lobo temporale (udito ed equilibrio), il lobo frontale (movimenti volontari), il lobo parietale (sensibilità tattile e gusto) e il lobo occipitale (visione).

Se aumentiamo un po’ di più il potere di ingrandimento del microsopio virtuale che stiamo utilizzando, possiamo vedere nel dettaglio i mattoni di cui è costituito il cervello stesso: le cellule nervose o neuroni. Il cervello di un individuo comprende circa 100 miliardi di neuroni, essi si formano durante lo sviluppo del feto nel ventre materno nel corso di una fase di sviluppo cellulare che dura fino a 15-30 giorni prima del parto e che si potrebbe dire “frenetica” visto che l’organismo produce non meno di 250 mila neuroni al minuto. Al termine di questa fase ne inizia una successiva nella quale i neuroni non si moltiplicano più e si iniziano invece a stabilire le interconnessioni tra di essi che consentono poi l’effettivo svolgimento di tutte le attività cerebrali dell’organismo. In questo processo di formazione delle connessioni, le cellule che falliscono e che quindi rimangono isolate dalle altre, muoiono; tale moria inizia appunto 15-30 giorni prima della nascita del feto e infatti, al momento del parto, rimangono ancora vivi circa la metà dei neuroni totali formatisi inizialmente. Tale moria accelera notevolmente verso i 30-40 anni quando inizia una fase in cui i neuroni iniziano a morire con un ritmo di 100 mila al giorno (circa uno al secondo), senza tuttavia pregiudicare le attività cerebrali acquisite, che sono garantite dal continuo riformarsi di nuove interconnessioni cerebrali tra le cellule nervose rimaste.

Vediamo allora come funziona il cervello. Le cellule nervose sono molto specifiche e comprendono due strutture principali: i dendriti e l’assone, che si sviluppano entrambi attorno al corpo centrale. Potete immaginare il neurone come una sorta di albero: i dendriti sono come i rami dell’albero, numerosi e corti, mentre l’assone è come il tronco, lungo e più robusto. Dendriti e assone hanno ruoli diversi: i primi ricevono gli stimoli in ingresso dai neuroni vicini attraverso zone di contatto chiamate sinapsi, il secondo trasmette l’informazione in uscita ai dendriti delle altre cellule. L’informazione o stimolo è di tipo elettro-chimico: è un impulso elettrico all’interno della singola cellula, e si trasmette da una cellula a quelle vicine tramite specifiche sostanze chimiche per poi, una volta ricevuta da queste, essere nuovamente riconvertita in un impulso elettrico interno a ciascuna. Attraverso questo percorso elettro-chimico l’informazione viaggia dai recettori sensoriali (ad esempio tatto, gusto, vista udito…) fino al cervello che la elabora e la interpreta.

Affascinante a tal proposito è il meccanismo con il quale si formano i ricordi . Cercherò di spiegarlo ricorrendo ad un esempio. Supponete di raccogliere un fiore in mezzo ad un campo, nel quale potete anche sentire il canto degli uccelli. Tutti gli stimoli che ricevete dal mondo esterno, si propagano sotto forma di impulsi elettro-chimici dalle terminazioni nervose al cervello, lungo il loro tragitto “scavano” un percorso specifico attraverso le sinapsi, ossia le sopraccitate interconnessioni tra neuroni. Questo percorso rimane per così dire “fissato” nel nostro cervello costituendo quello che chiamiamo ricordo. Ogni volta che qualcosa stimola questo stesso “percorso”, di fatto, una serie di impulsi lo riattraversa e ci permette di richiamarlo nella nostra immaginazione: tant’è che è possibile, nel nostro esempio, prendendo un fiore identico a quello raccolto nel campo, ma finto, riuscire a rievocarne il profumo o i suoni che abbiamo udito mentre abbiamo vissuto la prima esperienza. A questo punto, si possono immaginare due principali meccanismi di apprendimento nell’uomo. Il primo consiste nel continuare a “ripetere” un’esperienza in modo che il “percorso” che abbiamo scavato si assesti per bene, un po’ come accade ad un sentiero di montagna quando viene continuamente utilizzato e su di esso non cresce più erba: il limite di questo tipo di apprendimento è legato al fatto che per rievocare il ricordo, dobbiamo riprendere il “percorso” mentale dal principio; iniziare a metà è difficile, e infatti se ci pensate è più facile recitare una poesia che si conosce a memoria se la si inizia dal principio piuttosto che ricordandola da metà.

Il secondo meccanismo è invece quello di “scavare nuovi percorsi” ma utilizzando delle scorciatoie, ossia appoggiandosi a ricordi già fissati nella nostra mente. Per esempio, se volete ricordare un numero lungo, provate a scomporlo in numeri più piccoli che per voi hanno un significato noto: volendo ricordare 191518, potreste associarlo alla I Guerra Mondiale che fu combattuta nel periodo1915-18, sarà molto più facile.

Prima di concludere, volevo darvi qualche notizia relativa alle differenze tra il cervello maschile e femminile, spesso motivo di divertenti diatribe. Effettivamente il cervello maschile è più voluminoso, ma solo perché avendo l’uomo una maggior massa muscolare abbisogna anche di una maggiore massa cerebrale per il relativo controllo. Per quanto riguarda l’estensione della massa associata alle funzioni cognitive tuttavia, i cervelli maschile e femminile si equivalgono. La vera differenza tra uomo e donna, risiede invece nel modo di usare il cervello: l’uomo tende ad utilizzare soprattutto l’emisfero destro che è depositario delle cognizioni logiche-spaziali-geometriche, la donna utilizza di più la metà sinistra del cervello sede dell’espressione di linguaggio e del ragionamento simbolico. Ne deriva che l’uomo ha un maggiore senso dell’orientamento e tende ad eccellere in ciò che è logico e matematico, le donne invece hanno una maggior capacità di linguaggio e una più spiccata abilità manuale. Nelle donne inoltre, i due emisferi sono più “simili” e comunicano maggiormente tra loro, questo ha due principali conseguenze: le donne, sono in grado di svolgere più compiti contemporaneamente, cosa che invece riesce pittosto difficile agli uomini, e in caso di lesioni cerebrali hanno maggiori capacità di recupero proprio perché ciascuna metà del cervello è in grado di svolgere tutti i compiti e non solo quelli specificatamente propri.

Per concludere, volevo fare una riflessione. In queste poche righe ho voluto presentare, senza nessuna pretesa di completezza, quelle che sono la struttura e le caratteristiche del cervello umano. Posto che gli studi a riguardo sono ancora molto lontani dal potersi considerare conclusi, il cervello umano è forse il sistema meno conosciuto in assoluto, abbiamo comunque potuto capire quelli che sono i principali meccanismi di funzionamento del cervello e abbiamo visto che in fondo i nostri pensieri e i nostri ricordi si riducono ad impulsi elettro-chimici che viaggiano all’interno delle cellule nervose o neuroni. Ma è proprio tutto qui? Io credo e voglio credere di no, perché se adesso in questo momento il nostro cervello ci permette di fare ciò che stiamo facendo, di emozionarci, di provare qualcosa, beh, non posso pensare che sia solo per via di un impulso elettro-chimico che viaggia anonimo all’interno delle cellule nervose e che trascende ciò che abbiamo di più prezioso… L’Anima…

domenica 2 dicembre 2007

Il Miracolo della Vita

Il contenuto di queste poche righe vuole essere un omaggio, un omaggio alla maternità e quindi alla vita, un omaggio visto attraverso gli occhi della scienza che, per quanto critici, non possono tuttavia prescindere dall’amore, perché in effetti, mettere al mondo un figlio e prima di tutto questo, un atto d’amore.

Lo straordinario atto della vita ha inizio quando lo spermatozoo maschile, attraversata la membrana che protegge l’ovulo femminile unisce al nucleo di quest’ultimo il proprio, generando il patrimonio genetico completo, per metà derivante dal padre e per metà dalla madre, del futuro bimbo.

Il principio di una nuova vita ha quindi avuto inizio; nei 10 giorni che seguono il concepimento, la cellula si moltiplica freneticamente diventando un ammasso cellulare, ancora informe e sferoidale, che prende il nome tecnico di “morula”. A questa fase di moltiplicazione cellulare, se vogliamo “non diversificata”, segue una fase molto più “specifica” della durata di circa 15 giorni in cui il feto inizia a prendere forma e inizia a sviluppare le straordinarie funzioni di interazione col mondo esterno di cui sono capaci gli esseri viventi.

Responsabili di questa strutturazione che parte dalla “morula informe”, sono alcuni tipi di geni detti omiotici: i geni Hox, Pax e Shh. I geni Hox hanno il compito di “orientare” le cellule e la loro crescita, in modo tale da dare forma al feto sviluppando in particolare la tipica simmetria verticale tra le nostre metà destra e sinistra. Parallelamente ai geni Hox agiscono i geni Pax che svolgono invece l’importantissimo ruolo di sviluppare l’interazione funzionale reciproca tra le varie cellule, ad esempio devono garantire che la retina dell’occhio si colleghi al cervello permettendo il miracolo della vista, e lo stesso fanno per tutte le altre straordinarie capacità, caratteristiche degli esseri viventi. Vi è poi un altro importante compito, quello svolto dai geni Shh, detti anche della simmetria, che consentono la corretta collocazione e il corretto orientamento degli organi del feto. Il miracolo della vita, si dipana quindi attraverso uno straordinario e perfetto meccanismo della durata, nell’uomo, di circa 9 mesi. Dopo 32 giorni dal concepimento, non vi è più traccia della morula e il feto comincia ad assumere una forma allungata in cui si distinguono il midollo spinale, la testa e quattro protuberanze che saranno poi gli arti. Dopo 42 giorni circa, l’embrione è lungo qualche centimetro e mani e dita hanno ormai preso forma. Al quarto mese si sono completamente formate palpebre, piedi e genitali. Al sesto mese il corpo del feto è ricoperto da una peluria che poi scomparirà rimanendo solo in due zone, sulla testa a formare i capelli e in corrisondenza delle sopracciglia. Al settimo mese il feto, ormai quasi completamente sviluppato, inizia a stare stretto nell’utero materno, è quasi pronto per nascere.

Il meccanismo di crescita del feto, è ancor più straordinario se si pensa che l’utero materno è già una piccola “palestra” in cui il futuro bimbo, inizia ad allenarsi e a prepararsi alla vita che lo aspetta qui fuori. A partire dalla sesta settimana, inizia infatti a prendere coscienza di braccia e gambe ed inizia a muoverle e a spostarle per “apprenderne” l’utilizzo. Attorno alla ventiduesima settimana scopre il pollice ed inizia a succhiarlo, preparandosi a quello che dovrà poi fare una volta fuori dall’utero: succhiare il seno materno per nutrirsi. A partire dalla venticinquesima settimana, è in grado di reagire agli stimoli del mondo esterno: risponde se spaventato e si calma se sente la voce della madre.

Purtroppo non posso dire di capire una donna quando si lamenta per le grosse rinunce e per i grossi sacrifici, fisici soprattutto, che si devono sopportare durante la gravidanza e il parto, tuttavia mi sento di muovere una piccola critica a quelle donne che ne sottolineano la durezza: se è indubbio che la gravidanza possa essere faticosa e addirittura nel momento del parto dolorosa, credo che le emozioni, le sensazioni e la straordinaria bellezza di sentirsi crescere la vita dentro siano impagabili e personalmente credo che sarei disposto a sopportare una fatica dieci volte superiore a quella che prova una donna per poter assaporare, anche solo per poco, la sensazione di “generare” il miracolo della vita.

La vita è un dono… Sempre. Alle nostre giovani generazioni si possono muovere molte critiche, ci si può dire di essere privi di valori, con una scarsa morale, privi di ideali e solidi principi, eppure credo che nessuno possa dire che non sappiamo amare: credo che oggi, più di quanto non avvenisse cinquant’anni fa mettere al mondo un figlio sia un atto d’amore immenso. Viviamo in un mondo crudele, ricolmo di brutture e di violenza; avere il coraggio di mettere al mondo un figlio con la ferma convinzione di educarlo e crescerlo per migliorare questo nostro mondo malato è un atto eroico, un atto d’infinito amore appunto.

Questo mi dà conforto, un conforto derivante dalla certezza che se esistono ragazzi e ragazze che, oggi, hanno il coraggio e l’amore per mettere al mondo un figlio, abbiamo ancora la speranza e la forza per migliorare il triste mondo in cui viviamo…




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