Primo "Tempo": La Dimensione Umana
Qualche giorno fa, mi è arrivata una e-mail in cui mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sulla “Più inesorabile delle dimensioni”: il Tempo. Devo ammettere che questo argomento esercita su di me un certo fascino ed è da un po’ che progetto di parlarne; tuttavia ho sempre avuto paura di affrontare la questione “Tempo” o quantomeno ho sempre nutrito per essa una sorta di reverenziale rispetto. Il fatto è che sul Tempo si potrebbero scrivere interi libri e anche i testi più completi non basterebbero ad esaurirne tutti gli aspetti. Ciò che mi ha sempre frenato inoltre, è stato il timore di scadere in banali ovvietà prive degli stimoli culturali che cerco invece strenuamente di alimentare in chi ha la pazienza di ascoltarmi o di leggere le mie righe. Alla fine comunque, mi sono arreso al pensiero che prima o poi avrei comunque dovuto affrontare le mie paure e ho prodotto alcune mie riflessioni a riguardo.
Data la vastità dell’argomento ho tuttavia pensato che fosse troppo riduttivo dedicargli lo spazio consueto e ho pertanto deciso di scrivere più puntate cominciando appunto dal “Primo Tempo”, che ho intitolato “La Dimensione Umana del Tempo”.
Cominciamo col dire che, fortunatamente, i miei timori trovano una paradossale e quasi appagante conferma nel momento in cui, cercando sul dizionario della lingua italiana la definizione operativa di tempo, ci si imbatte in un’insormontabile aporia. Sul dizionario si legge infatti: “il tempo è lo spazio indefinito nel quale si verifica l’inarrestabile fluire degli eventi, dei fenomeni e delle esistenze, in una successione illimitata di istanti”; senonché andando a cercare la definizione di istante si legge: “Momento brevissimo di tempo” … come dire… un bel problema visto che l’istante viene usato per definire il tempo il quale a sua volta definisce l’istante!
Abbandonata quindi l’idea di servirsi della più classica delle scorciatoie intellettuali, la “comunque nobile ricerca sul dizionario”, si può tentare di arrivare a qualche punto fermo servendosi di un approccio scientifico basato su ciò che ci suggerisce l’esperienza diretta e provando a ragionare per analogia attraverso concetti omologhi, ma più intuitivi. Sebbene anche la definizione di Spazio non sia banale, è di certo più familiare: vale pertanto la pena di iniziare da qui. Lo Spazio (Euclideo tridimensionale) può essere inteso come l’insieme di relazioni di distanza (coordinate) esistenti tra i vari oggetti e valutate, o rispetto ad un generico punto assunto arbitrariamente come riferimento, o in maniera relativa prescindendo dal riferimento assoluto e considerando le posizioni reciproche tra gli oggetti stessi.
Il concetto di Tempo non è, a mio avviso, molto diverso da quello di Spazio, anzi se dovessi definirlo riscriverei esattamente le stesse parole che ho usato per definire quest’ultimo. Provate a rileggere la definizione che ho dato dello Spazio, sostituendogli come soggetto il Tempo e utilizzando “eventi” al posto di “oggetti”: la definizione è ancora consistente. Ciò che rende il concetto di Tempo meno intuitivo, sono probabilmente le sue intrinseche caratteristiche di “dinamicità” e di “intangibilità”. Mentre infatti non si incontrano difficoltà nell’avere percezione della posizione statica di alcuni oggetti in una stanza, è molto più difficile cercare di stabilire analoghe relazioni temporali tra gli eventi che dovessero interessare tali oggetti, soprattutto se la stanza non avesse finestre e fosse illuminata solo da luci artificiali: non si avrebbero riferimenti per percepire il fluire del tempo o addirittura non si sentirebbe neppure la necessità di farlo.
Proviamo a fare un “esperimento intellettuale” alla Galileo. Consideriamo un ipotetico automa nella suddetta stanza isolata dall’esterno e senza finestre; nella sua condizione di automa, esso non ha necessità fisiologiche, quindi non mangia, non dorme, non ha bisogni corporali: l’assenza di tali esigenze e di riferimenti esterni lo rende effettivamente incapace di stabilire i concetti di “prima” e di “poi”. Per noi è normale sentire prima la fame e poi mangiare, sentire sonno e quindi dormire, abbiamo dunque un qualche criterio, sebbene non assolutamente preciso perché puramente fisiologico, per stabilire una consequenzialità tra gli eventi. Il nostro ipotetico automa invece non ha nessun riferimento fisiologico ed essendo in una stanza isolata dall’esterno, è del tutto scevro dal concetto di cambiamento o di evoluzione temporale. Forse se potesse interagire con eventuali oggetti posti nella stanza potrebbe intimamente sviluppare un’idea di “prima l’oggetto era in una posizione e poi l’ho mosso in un’altra”, ma credo comunque che non sentirebbe l’esigenza di stabilire un “prima” e un “poi”, probabilmene non arriverebbe neppure ad elaborare questo concetto perché, se volete, è privo di qualsivoglia utilità nelle condizioni in cui si trova ad esistere.
Questo esperimento intellettuale porta ad una prima significativa riflessione: esiste sicuramente una “Dimensione Umana del Tempo” che è legata ai nostri ritmi fisiologici. A prescindere dallo scorrere degli avvenimenti che ci sono esterni, come ad esempio il rincorrersi del giorno e della notte piuttosto che il mutare delle stagioni, esiste un’innata consequenzialità di eventi e di attività che riguarda il nostro organismo (e come il nostro, così quello di tutti gli altri esseri viventi) e che in qualche modo ci suggerisce il concetto di “Tempo”, inteso come mutevole susseguirsi di eventi.
A ben vedere, la “Dimensione umana del Tempo” è forse l’unica “Dimensione” davvero necessaria per il mero sopravvivere. Il suddividere la giornata con la precisione che ci offrono i moderni orologi è solo il risultato del tentativo, tipicamente umano perchè non ve ne traccia nelle altre specie viventi, di dare una veste di oggettività al naturale fluire degli eventi: ci basterebbe mangiare quando abbiamo fame, dormire quando abbiamo sonno e così via.
La suddivisione del giorno in ore e minuti, è figlia dell’esigenza di coordinare tante persone che hanno deciso di formare una società o una comunità. Il tipo di organizzazione temporale che ci siamo dati (e che ovviamente discende dal ciclo degli eventi naturali e cosmologici esterni agli esseri viventi), è infatti finalizzata ad ottimizzare e a rendere efficaci gli sforzi di tante persone facenti parte di una stessa comunità: è dunque un’imposizione convenzionale “di comodo”, ma che confligge con i nostri “naturali” ritmi fisiologici. Infatti se ci pensate, questa stessa organizzazione del tempo è molto spesso in contrasto con la “Dimensione Umana del Tempo” cui accennavo prima: l’esempio più classico, se abbiamo fame alle 11.00 dobbiamo comunque aspettare fino all’ora di pranzo per poter mangiare.
Alla luce di quanto visto, credo che non si possa negare che esistono una percezione e una consapevolezza del Tempo e del suo fluire che sono intrinseche in ogni essere vivente e che risultano costruite a sua misura: esse sono essenziali, ossia facenti parte dell’essenza degli organismi stessi e sussitono a prescindere dagli eventi esterni che si susseguono mutevolmente nel mondo che ci circonda e che cerchiamo convenzionalmente di oggettivare: certamente questi eventi esterni non possono essere ignorati qualora si pretenda di definire il concetto di Tempo, ma questa è un’altra puntata…

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