Secondo "Tempo": La Dimensione Esterna
I ritmi fisiologici del nostro organismo, specificano quella che ho definito “La Dimensione Umana del Tempo”: in particolare, le pulsioni naturali quali il mangiare dopo che si percepisce lo stimolo della fame o il dormire una volta che la stanchezza si fa sentire, sono dei meccanismi che ci consentono inconsciamente di accettare e di interiorizzare il concetto di “flusso degli eventi”. Anche in assenza di riferimenti esterni, pensiamo ancora all’esperimento intellettuale dell’individuo rinchiuso all’interno di una stanza isolata priva di finestre, un uomo non ha difficoltà a definire i concetti di “prima” e di “poi”, figli della successione con cui, nel suo organismo, si manifestano le pulsioni fisiologiche e il conseguente soddisfacimento delle stesse. Questi stessi concetti di “prima” e di “poi”, sono invece con buona probabilità, del tutto estranei ad un automa che si trovi rinchiuso nella medesima stanza del sopraccitato esperimento, in virtù della sua “innaturale” assenza di bisogni fisiologici (si faccia riferimento all’articolo “Primo Tempo: La Dimensione Umana”). E’ tuttavia innegabile un fatto: la “Dimensione Umana” del Tempo è estremamente individuale e quindi assolutamente priva di oggettività. In generale, persone differenti hanno fame o sonno in momenti diversi. Nessuno si stupisce se affermo che uno stesso arco temporale (la cui durata potremo definire “oggettivamente” quando spiegherò cosa intendo per “Dimensione Esterna” del Tempo) appare estremamente breve ad una persona che si stia divertendo, mentre risulta incredibilmente dilatato per una persona che si stia oltremodo annoiando. Sulla base di quest’ultima osservazione risulta dunque evidente che oltre all’assenza di oggettività, la “Dimensione Umana” del Tempo ha il limite di rendere vago il concetto di durata. Se infatti i ritmi fisiologici ci consentono di interiorizzare senza sforzi i concetti di “prima” e di “poi”, essi non ci permettono di definire altrettanto chiaramente quello di “durata”: è molto difficile stabilire, una volta sazi o riposati, tra “quanto” avremo ancora fame o sonno. Ne deriva che se vivessimo isolati nella stanza chiusa del più volte citato esempio, saremmo certamente in grado di fare nostro il concetto di “consequenzialità degli eventi”, ma probabilmente non sentiremmo l’esigenza di definire il concetto di “durata degli eventi”, ad esso imparentato.
Vale la pena, a questo punto, di spendere qualche parola su quanto detto sinora. Tutte le riflessioni relative alla “Dimensione Umana” del Tempo sono figlie di una stringente ipotesi assunta in partenza: il non avere riferimenti esterni (nel più volte citato esperimento intellettuale, il fatto di ritrovarsi in una stanza priva di finestre).
In effetti rimuovendo questo vincolo, ci si rende conto che le pulsioni fisiologiche non sono più l’unico elemento che ci consente di percepire il cambiamento e quindi di sviluppare e fare propri i concetti di “prima” e di “poi”: ne deriva che, facendo appunto cadere l’ipotesi di partenza, anche l’automa del nostro esempio sarebbe in grado di interiorizzare questi concetti che gli risultavano “irraggiungibili” fintanto che perdurava l’assunzione dell’isolamento dal mondo esterno.
Così come gli organismi viventi hanno dei ritmi legati alla propria sopravvivenza, anche la Natura con il proprio Soffio Vitale, segue dei ritmi specifici. I cicli di alternanza tra giorno e notte, il susseguirsi delle fasi lunari, la periodicità con cui si rincorrono le stagioni… Essi sono le pulsioni fisiologiche dell’Universo e definiscono quella che chiamo “Dimensione Esterna del Tempo”. Questa tra l’altro, ha un pregio che la contraddistingue nettamente dalla “Dimensione Umana del Tempo”, quello di avere una veste di apparente oggettività; le due dimensioni del Tempo quindi, sono intimamente diverse. Non ho la pretesa di stabilire se ve ne sia una “migliore” dell’altra (la qual cosa è per me priva di significato, essendo una tale questione, una questione “mal posta”), ma è innegabile che la “Dimensione Esterna” del Tempo ha la capacità, grazie al suo vestito di universalità, di definire oltre ai suddetti concetti di “prima” e di “poi”, anche il concetto di “durata”. L’osservazione della realtà, suggerisce che non avendo in effetti luce e oscurità “durata” sempre uguale, non è del tutto lecito parlare di assoluta universalità della “Dimensione Esterna” del tempo; tuttavia, se si abbandona l’idea di considerare separatamente luce e buio, e si prende come riferimento il giorno inteso come insieme di questi due, ecco che si dispone di un’unità di misura per il tempo che è determinata e che non ha l’inconveniente, come avviene invece per i ritmi fisiologici dei singoli organismi viventi, di essere soggettiva (per i circoli polari, in cui i giorni e le notti possono durare alcune settimane, occorrerebbe un dettaglio descrittivo più profondo: questo tuttavia, non darebbe un significativo valore aggiunto alla trattazione e rischierebbe solo di appesantire le argomentazioni, per cui lo tralascio, invitando i più curiosi a fare ricerche personali in tal senso). Se ci limitiamo a considerare l’esperienza “comune”, il giorno è lo stesso per tutti gli organismi viventi: la “Dimensione Esterna” del Tempo è un riferimento universale, perché determinata dal susseguirsi di avvenimenti esterni, ad esempio cosmologici, che sono dunque indipendenti dalle individualità della “Dimensione Umana” (o di qualsiasi altro organismo). E’ dunque finalmente possibile definire la durata degli eventi in relazione al “giorno” che possiamo arbitrariamente assumere come unità di misura della “Dimensione Esterna del Tempo”: alcuni eventi dureranno giorni, altri frazioni di giorno.
E’ molto interessante capire “come” e “quando” a “qualcuno” venne in mente di utilizzare il giorno come unità di misura del tempo (un’unità di misura ancora piuttosto grossolana se paragonata alle precisioni e alle risoluzioni raggiungibili coi moderni orologi), ma a dire il vero mi preme di più affrontare un altro aspetto relativo alla questione tempo; se ve ne sarà l’opportunità vi parlerò della “scoperta del giorno” in una prossima occasione.
Ciò che mi preme indagare riguarda un’eventuale “interazione” tra le dimensioni “Umana” ed “Esterna” del tempo; esiste cioè un qualche legame tra le due dimensioni oppure esse sono completamente indipendenti? Ciò che in effetti stupisce e non stupisce è che, sebbene queste due dimensioni possano sembrare prive di legami espliciti, pare più che casuale il fatto che in qualche modo esse si adattino l’una all’altra: un esempio, tendiamo in generale a riposare durante le ore di buio e a concentrare invece le attività durante le ore di luce. Eppure a pensarci bene non è poi così vero che questa reciproca sincronia è così intima; esistono diversi casi che la disattendono. Ad esempio durante i periodi di vacanza, molte persone tendono a dormire più a lungo di quanto non facciano solitamente, “sacrificando” ore di “Tempo Esterno” di luce-attività a favore della propria “pulsione fisiologica” di riposare; nelle regioni vicine ai circoli polari poi, i giorni e le notti possono durare settimane, ma le persone non passano per questo lunghi periodi di “veglia continua” alternati a periodi di “letargo”, seguono i ritmi fisiologici della “Dimensione Umana” del tempo piuttosto che quelli della “Dimensione Esterna”. Spero che queste osservazioni rendano evidente il motivo per cui prima ho specificato quanto sia “privo di significato” sforzarsi di decretare una possibile superiorità di una dimensione del tempo rispetto all’altra: tutto si riduce sempre ad una questione di punti di riferimento.
Alla domanda se sia o meno possibile stabilire una precisa relazione di causalità tra le dimensioni “Umana” ed “Esterna” del tempo, credo di non poter dare una risposta definitiva, ritengo tuttavia che uno dei principali punti di forza della Natura sia la sua capacità di autodeterminarsi: essendo noi parte attiva delle Natura ci siamo evoluti adattando i nostri ritmi fisiologici ai ritmi naturali-cosmologici dell’Universo di cui siamo parte.
Mi piace pensare che gli uomini non siano ingranaggi perfetti di un meccanismo perfetto, ma che siano piuttosto come l’acqua: capaci di adattarsi e prendere la forma del recipiente, anch’esso mutevole, in cui si trovano…

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