Terzo "Tempo": La Misura
Le dimensioni “Umana” ed “Esterna” del Tempo, consentono di maturare ed interiorizzare i concetti rispettivamente di “consequenzialità degli eventi” e di “durata”. I ritmi fisiologici del singolo individuo e il loro conseguente soddisfacimento (si ha fame e quindi si mangia, si ha sonno e quindi si dorme…) scandiscono il “prima” e il “poi”, ma peccano nel definire obiettivamente l’“estensione temporale” di tali ritmi (nessuno sa dire “tra quanto tempo” avrà ancora fame o di nuovo sonno); il ripetersi degli eventi naturali per lo più astronomici, esterni e indipendenti dai singoli, sopperisce a quest’ultimo limite e consente (tralasciando di considerare i concetti di relatività del tempo, lontani dal “comune percepire”) una “misura obiettiva” della durata.
(Si faccia riferimento agli articoli “Primo Tempo: la Dimensione Umana” e “Secondo Tempo: la Dimensione Esterna”).
Parlando della “Dimensione Esterna” del Tempo, si è visto che il “giorno”, inteso come insieme delle ore di luce e delle consecutive ore di buio fino all’alba, può essere assunto come comoda unità di riferimento per esprimere l’oggettiva durata di un evento. Effettivamente, non è dato sapere “quando” “qualcuno” decise che il giorno fosse un buon riferimento, anche perché l’estensione temporale di luce e buio è variabile a seconda dei luoghi e dei periodi; tuttavia gli uomini osservarono che la somma dei tempi che il sole passava sopra e sotto l’orizzonte era complessivamente costante e stabilirono che misurare il tempo basandosi sul giorno fosse un metodo ragionevole.
E’ proprio sulla “Misura del Tempo” che voglio spendere qualche parola. Due sono gli aspetti che vorrei considerare: da dove nasce la “necessità” di misurare obiettivamente il tempo e quali sono i metodi e i sistemi effettivamente escogitati per misurarlo.
Riguardo alla necessità di misurare il tempo, in realtà non vi è molto da dire. E’ chiaro a tutti che se il mondo fosse un insieme di individui isolati e non interagenti, ciascuno sarebbe in grado di autogestirsi in base ai propri ritmi fisiologici e non avrebbe nessuna esigenza di misurare con precisione il tempo. La misura del tempo, diviene invece indispensabile quando si devono coordinare più persone che hanno deciso di vivere in una comunità o in una società articolata: si capisce quanto sia poco efficiente fissare un appuntamento con un’altra persona dicendole: “ci vediamo quando mi viene fame!”. Da qui la necessità di avere un sistema di misura del tempo oggettivo e valido per tutti (sottolineo ancora che parlando di “misura oggettiva del tempo per tutti gli osservatori” trascuro i concetti di relatività temporale: questo non toglie tuttavia validità al discorso essendo tali concetti “lontani” dalla percezione esperibile che abbiamo della realtà).
Molto più interessante, è invece capire in che modo l’uomo abbia pensato di misurare il tempo per coordinare le società di individui.
Si è detto che il giorno è l’unità temporale che in un certo momento gli uomini hanno cominciato ad assumere come ragionevole unità di misura. Tale scelta è sicuramente accettabile, ma introduce un problema di cui è effettivamente difficile rendersi conto: la differenza tra giorno sidereo e giorno solare.
Il giorno che si considera comunemente è il giorno solare, che valutiamo in 24 ore. Esso non coincide esattamente con il tempo che la Terra impiega a fare un giro completo intorno al proprio asse: il tempo esatto di rotazione della Terra attorno all’asse infatti, è detto giorno sidereo e dura un po’ meno di 24 ore, esattamente 23 ore, 56 minuti e 4 secondi. Questo accade perché mentre la Terra ruota attorno al proprio asse, esegue anche il moto di rivoluzione attorno al Sole. Provo a spiegarmi meglio. Consideriamo un modello molto semplice e un po’ approssimativo ma che serve a far capire come stanno le cose. Ragioniamo in due dimensioni e proiettiamo la Terra su un foglio di carta: vista dall’alto essa appare come un cerchio posto ad una certa distanza dal Sole, anch’esso un cerchio, un po’ più grosso, ma che per i nostri scopi può anche essere considerato come un punto in corrispondenza del suo centro. Prendiamo ora un punto A sulla circonferenza esterna della Terra-cerchio e mettiamo in moto il sistema: la Terra gira attorno al proprio asse e intanto ruota anche attorno al Sole. Se ci concentriamo solo sulla Terra rotante sul proprio asse, e calcoliamo il tempo che il punto A impiega a ritornare su se stesso dopo un giro completo, misuriamo esattamente 23 h, 56 min, 4 s: questo, è il cosiddetto giorno sidereo (così chiamato perché calcolato rispetto ad una generica stella assunta a distanza infinita dalla Terra). Normalmente però il giorno viene calcolato come il tempo che intercorre tra due passaggi consecutivi del Sole, nel suo moto apparente, sul punto A (ad esempio il tempo che intercorre tra due albe consecutive viste da un osservatore in A): questo tempo è detto giorno solare e misura 24 h. Lo scarto di circa 4 minuti tra giorno solare e giorno sidereo è dovuto al fatto che dopo 23 h, 56 min, 4 s il punto A è tornato su se stesso, ma intanto la Terra si è mossa rispetto al Sole (moto di rivoluzione) e quindi deve ruotare attorno al prorio asse di circa un altro grado affinchè il punto A “riveda” di nuovo il Sole stesso. Le cose sono rese ancora più complicate da un altro fatto: la Terra non descrive una circonferenza attorno al Sole, bensì un’ellisse; nel suo moto, la velocità di rivoluzione varia: è massima in perielio (punto di minima distanza Terra-Sole) e minima in afelio (punto di massima distanza Terra-Sole): ne deriva che il giorno solare ha una durata variabile, massima in perielio e minima in afelio. A rigore sarebbe più corretto utilizzare il giorno sidereo come unità di misura del tempo, ma la vita dell’uomo e di tutti gli altri esseri viventi è regolata dal Sole per cui si è deciso di assumere come riferimento il giorno solare, la cui durata risulta dalla media di tutti i giorni solari di un intero anno e corrisponde a 24 ore esatte.
Già nell’antichità gli uomini osservarono una certa ciclicità dei ritmi naturali scanditi dalle stagioni, e compresero quanto fosse importante poter misurare il tempo che intercorreva ad esempio tra due primavere. La semina infatti può risultare estremamente fruttuosa o infruttuosa a seconda che la si esegua rispettivamente nei momenti giusti o sbagliati. Tuttavia contare i giorni era “faticoso”, per cui si affermò l’usanza di riferirsi ai cicli della Luna. Ogni ciclo lunare infatti dura all’incirca 29,5 giorni e a sua volta ogni ciclo di stagioni contiene circa 12 lunazioni. Le donne allora, gli uomini erano troppo impegnati a cacciare e a dormire, dopo aver inventato l’agricoltura ebbero anche la cura di adeguare le semine e i raccolti ai cicli lunari e quindi alle stagioni, in modo da poter raccogliere i frutti della terra prima dell’arrivo della neve. Per assicurare un computo corretto, ciascuna Luna nuova divenne una festa religiosa; la stessa parola “calendario” deriva dal latino “calare” che significa “proclamare”, a memoria del fatto che ogni mese cominciava con la Luna nuova proclamata con canti e riti. Era nato il “calendario lunare”.
Tuttavia il conteggio dei 12 mesi lunari durante un anno (un ciclo di stagioni) non era esatto; ci si accorse infatti che la fine della dodicesima lunazione cadeva, ad ogni ciclo di stagioni, sempre un po’ prima di quanto atteso (12 lunazioni per 29,5 giorni fa 354 giorni, inferiore ai 365,25 giorni di cui sappiamo essere costituito un anno). Quindi per tenere al passo i cicli lunari con quelli stagionali i depositari del sapere, per lo più sacerdoti, dovettero introdurre ogni tanto un tredicesimo mese, con le conseguenti complicazioni del caso (che possa trovarsi anche qui una possibile spiegazione del 13 come numero sfortunato? Si veda l’articolo “Un Mondo di Numeri”).
Furono i Babilonesi nel 550 a.C a concepire un sistema per introdurre meccanicamente il tredicesimo mese nel calendario senza preoccupazioni: secondo il sistema babilonese gli anni venivano contati in gruppi di diciannove, in ciascun gruppo il terzo, il settimo, l’ottavo, l’undicesimo, il quattordicesimo, il diciassettesimo e il diciannovesimo anno avevano 13 mesi, gli altri 12. Greci ed Ebrei presero in prestito tale sistema dai Babilonesi; ancora oggi il calendario ebraico si basa sul sistema di introdurre ad intervalli stabiliti un tredicesimo mese nell’anno. Furono gli Egizi ad elaborare un sistema diverso. La loro sopravvivenza in un territorio arido, dipendeva dalle inondazioni del Nilo che si presentavano con una periodicità molto più precisa di quanto non facesse l’arrivo delle piogge o del freddo. Non ci volle molto perché gli Egizi si rendessero conto che le piene del Nilo giungevano mediamente ad intervalli di 365 giorni; fu così che essi abbandonarono l’idea di seguire i cicli lunari affidandosi a quelli delle esondazioni del Nilo. Introdussero un calendario di 12 mesi della durata di 30 giorni ciascuno per un totale di 360 giorni con 5 giorni extra ogni anno, per un totale di 365 appunto. Gli Egizi inoltre si accorsero che l’ombra di un bastoncino piantato nel terreno, proiettata dal Sole di mezzogiorno poteva essere più lunga o più corta nel corso di un anno e che quindi il Sole di mezzogiorno variava la propria altezza sull’orizzonte con un ritmo ciclico della durata sempre, di 365 giorni. Le piene del Nilo e le stagioni seguivano il Sole: quello che elaborarono gli Egizi fu quindi un “calendario solare”. Anche i Babilonesi si resero conto che l’altezza del Sole di mezzogiorno variava ciclicamente con una periodicità di 365 giorni, ma probabilmente se ne resero conto “troppo tardi” quando ormai il calendario lunare era divenuto troppo sacro per essere sostituito.
I Romani utilizzarono inizialmente un calendario lunare, con il consueto problema che in base ad esso l’anno durava 354 giorni e non 365,25. Nel 45 a.C Giulio Cesare dopo aver trascorso qualche tempo alla corte della bella Cleopatra, decise di introdurre anche a Roma un calendario che abbandonasse la ciclicità della Luna a favore di quella del Sole. Introdusse cicli di 4 anni in cui i primi 3 anni avevano una durata di 365 giorni e il quarto di 366; decise inoltre che alcuni mesi speciali (guardacaso Luglio, quello della sua nascita) durassero 31 giorni, tutti gli altri 30; Febbraio fu ridotto a 28 giorni perché ritenuto sfortunato. Questo è, con alcune successive migliorie, il calendario che usiamo ancora oggi… E’ un dono di Giulio Cesare… O meglio di Cleopatra visto che fu per causa sua che Cesare rimase in Egitto abbastanza a lungo per appassionarsi all’astron… Anche all’astronomia. Una curiosità. L’anno solare non dura esattamente 365,25 giorni bensì 365 giorni 11 min e 14 s: a causa di questa questa piccola differenza, alla fine del XVI secolo il divario tra calendario civile e anno solare era di circa 10 giorni, tanto che l’equinozio di primavera (evento astronomico) cadeva l’11 anzichè il 21 marzo (del calendario civile). Per questa ragione Papa Gregorio XIII emanò la riforma gregoriana e introdusse il calendario gregoriano. Per prima cosa nel 1582 ristabilì l’accordo tra anno solare e civile saltando da martedì 5 ottobre a venerdì 15 ottobre; inoltre per evitare altri sfasamenti, stabilì che fossero bisestili (di 366 giorni) solo gli anni le cui ultime due cifre sono divisibili per 4, fatta eccezione per gli anni secolari (cioè 1600, 1700, 1800…) a meno che le loro cifre non siano divisibili per 400. Questo complicato sistema garantisce che solo dopo 40 secoli si arriverà ad avere uno sfasamento di un giorno. Il calendario gregoriano è oggi quello adottato a livello internazionale, ma essendo stato emanato da un’autorità cattolica non è stato tuttavia accettato da tutti senza riserve.
Il calendario Islamico ad esempio è un calendario lunare di 354 giorni suddiviso in 12 mesi di 29 o 30 giorni; gli anni vengono contati dal 15 luglio 622 d.C (anno zero), giorno della fuga di Maometto verso Medina.
Il calendario ebraico è un calendario luni-solare: si alternano cicli di 19 anni costituiti da un periodo di 12 anni in cui ogni anno dura 12 mesi, e da un periodo di 7 anni in cui ogni anno dura 13 mesi. L’anno zero per gli Ebrei è il 3760 a.C, che corrisponderebbe alla data della creazione del mondo.
E per durate minori di un giorno? Beh… vi lascio un po’ di curiosità, d’altra parte quando due amanti si salutano devono farlo senza essersi detti tutto, così da avere il pretesto per rivedersi…

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