mercoledì 27 febbraio 2008

Quarto "Tempo": La Ricerca di un Significato

Il giorno solare, inteso come il tempo trascorso tra due passaggi consecutivi del sole sopra ad uno stesso punto della Terra, è sicuramente un’unità di misura “ragionevole” per il tempo stesso; tant’è che non si sa esattamente né dove né quando, fatto sta che ad un certo punto gli uomini decisero di assumerlo come riferimento oggettivo per scandire la durata degli eventi (si veda l’articolo “Terzo Tempo: la Misura”). Questa “scelta convenzionale” è in generale accettabile ed effettivamente è solo negli ultimi tempi che le nostre società hanno iniziato a manifestare l’ “esasperata necessità” di conoscere l’ora esatta con la risoluzione del secondo; senza andare troppo indietro negli anni, per i nostri nonni provenienti da realtà contadine, era sufficiente sapere indicativamente l’inizio e la fine della giornata e nulla più, nessuno di loro sentiva certo l’esigenza di avere un cronografo!


In realtà non è proprio vero che in tempi non recenti non si sia sentita la necessità di fare misure più precise di quelle ottenibili dalla semplice osservazione del sole; ne è prova il fatto che sin dall’antichità l’uomo ha cercato delle soluzioni tecnologiche per poter effettuare misure del tempo che fossero le più accurate possibili. Le meridiane, hanno permesso ad esempio di misurare intervalli di tempo con la risoluzione dell’ora: quest’ultima infatti è stata definita come la dodicesima parte del ciclo diurno del moto apparente del sole agli equinozi (cioè quando ci sono esattamente 12 ore di luce e altrettante di buio), ossia 1/24 del giorno completo. Tuttavia le meridiane non potevano essere utilizzate di notte o in giornate nuvolose ed è stato così che gli uomini hanno cercato strategie alternative, inventando le clessidre (l’uso di clessidre è documentato presso gli Egizi già a partire dal XV secolo a.C.). Dalle meridiane e dalle clessidre, sono poi state introdotte, nel corso dei secoli, diverse migliorie ai meccanismi di misurazione del tempo; eppure vale la pena di notare che queste migliorie sono state spesso marginali visto che raramente hanno effettivamente contribuito a perfezionare quello che è uno dei parametri più importanti di un orologio: la risoluzione con cui esso è in grado di misurare il tempo. Tenete presente che nel XVII secolo, in piena rivoluzione scientifica, Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642) ebbe non poche difficoltà a trovare dei metodi di misura del tempo sufficientemente precisi per i suoi esperimenti sul moto dei corpi: sembra che si adoperò a contare i propri battiti cardiaci per avere una risoluzione che fosse accettabile. La prima svolta si ebbe nel 1657 quando Chrystian Huygens calcolò che un pendolo della lunghezza di 99,38 cm doveva oscillare con un periodo di un secondo esatto (definito allora come 1/60 del minuto, che era a sua volta 1/60 dell’ora così come la si è specificata sopra) e costruì poi il primo meccanismo a pendolo funzionante. La storia degli orologi poi si è evoluta fino ai giorni nostri passando per una tappa fondamentale il 1° gennaio 1972. In questo giorno infatti, si decise di adottare per la misura del tempo un fenomeno che avviene a livello atomico: più precisamente il secondo venne definito come la durata di 9192631770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini da (F=4, MF=0) a (F=3, MF=0), dello stato fondamentale dell’atomo di cesio-133. Questa definizione dice poco a chi non si intende molto di fisica della materia: in effetti ciò che mi interessa piuttosto sottolineare, è che il 1° gennaio 1972 è a mio avviso una data molto importante, non tanto appunto per la definizione in sé del secondo, che per la nostra umana percezione avrebbe potuto continuare ad essere calcolato come 1/86400 del giorno medio solare, quanto per le implicazioni che tale scelta ha avuto. Essa, è un atto evidente che i moderni sacerdoti, gli scienziati, hanno iniziato a cercare le risposte non più scrutando l’Universo infinitamente grande, ma gli elementi infinitamente piccoli della materia.


Al di là di tutto ciò che si può dire sul tempo, credo che la sua caratteristica più rilevante sia paradossalmente una caratteristica che non ha nulla a che vedere col tentativo di capire cosa sia effettivamente il tempo, perché prescinde da ogni implicazione fisica o metafisica riguardo ad esso: la sua impareggiabile capacità di stimolare la mente umana nel tentativo di cercare risposte. Cioè detto in altri termini, credo che più importante di capire cosa sia il tempo, sia il rendersi conto di quali conquiste l’uomo abbia raggiunto nello sfuggevole tentativo di afferrarne la comprensione.

Sono fermamente convinto che la presa di coscienza della precisa ciclicità con cui si presentano le stagioni o gli eventi cosmologici, sia stata forse il primo passo compiuto dall’uomo verso la ricerca di risposte a domande quali: “qual è il significato di essere ciò che siamo, qui e adesso?” La ripetitività dei cicli naturali infatti, ha fatto maturare negli esseri umani il concetto di “inevitabile”: l’estate segue l’inverno, l’abbondanza la carestia e per quanto si sforzi, l’uomo non può alterare questo fatto. Come elementi della Natura, anche noi siamo parte di un ciclo: nasciamo, cresciamo, maturiamo, e moriamo. Questo è un fatto… Inevitabile. Eppure esiste un Principio di essenzialità della Natura per il quale, dopo l’inverno torna la primavera e tutto rinasce; se siamo anche noi parte della Natura, non è poi così assurdo pensare che questa rinascita si applichi anche all’uomo ed è forse questa stessa osservazione mista ad un pizzico di speranza che ha portato a far spuntare il primo germe delle religioni. Il dualismo inevitabilità-rinascita si ritrova, senza distinzione alcuna, in tutte le concezioni religioso-culturali del tempo elaborate dall’uomo. Nella visione lineare cristiana, dopo la morte fisica del corpo c’è la rinascita dell’anima nell’aldilà. Nelle visioni cicliche proprie del mondo classico-pagano e di alcune filosofie orientali, predomina l’immagine circolare del tempo che, messo in moto dal Fato o da un Principio superiore, è come una ruota (in greco “anakylosis”: ritorno su se stesso) in cui tutti gli esseri eternamente rinascono. Infine, anche nelle visioni del tempo a spirale appare evidente il concetto di “percorso-fine-ritorno”, con la particolarità che secondo tali concezioni il tempo segue determinate fasi per una legge eterna che lo governa, seguendo ripetizioni che si differenziano dall'essere puramente cicliche dal momento che conducono, ad ogni ritorno, verso un progresso.

Tutte queste riflessioni, mostrano come il tempo, con la sua inafferrabile anti-intuitività, sia servito e serva tuttora ad eccitare quello stimolo, tipicamente umano, finalizzato alla ricerca delle risposte che non si conoscono.

I concetti di relatività del tempo introdotti nel secolo scorso da illustri scienziati tra cui il più celebre è sicuramente Albert Einstein (Ulma, 14 marzo 1879 – Princeton, 18 aprile 1955), non hanno fatto altro che innaffiare le radici di una ricerca che continua e continuerà sempre a solleticare il desiderio di conoscenza dell’uomo.


Vorrei concludere invitandovi, come sapete amo fare, ad una riflessione. Per quel che mi riguarda, nutro la speranza che non si arrivi mai ad una risposta definitiva alle domande esistenziali dell’uomo, ogni giorno chi con la fede, chi con la scienza, tutti cerchiamo le risposte al “nostro esistere qui e adesso”, e questo senso di ignoranza ci spinge a tirare fuori il meglio di noi…


… Beh, credete davvero che accadrebbe lo stesso se ogni giorno, scorrendo le pagine del libro della nostra vita lo facessimo sapendo già come va a finire?

mercoledì 20 febbraio 2008

Terzo "Tempo": La Misura

Le dimensioni “Umana” ed “Esterna” del Tempo, consentono di maturare ed interiorizzare i concetti rispettivamente di “consequenzialità degli eventi” e di “durata”. I ritmi fisiologici del singolo individuo e il loro conseguente soddisfacimento (si ha fame e quindi si mangia, si ha sonno e quindi si dorme…) scandiscono il “prima” e il “poi”, ma peccano nel definire obiettivamente l’“estensione temporale” di tali ritmi (nessuno sa dire “tra quanto tempo” avrà ancora fame o di nuovo sonno); il ripetersi degli eventi naturali per lo più astronomici, esterni e indipendenti dai singoli, sopperisce a quest’ultimo limite e consente (tralasciando di considerare i concetti di relatività del tempo, lontani dal “comune percepire”) una “misura obiettiva” della durata. (Si faccia riferimento agli articoli “Primo Tempo: la Dimensione Umana” e “Secondo Tempo: la Dimensione Esterna”).


Parlando della “Dimensione Esterna” del Tempo, si è visto che il “giorno”, inteso come insieme delle ore di luce e delle consecutive ore di buio fino all’alba, può essere assunto come comoda unità di riferimento per esprimere l’oggettiva durata di un evento. Effettivamente, non è dato sapere “quando” “qualcuno” decise che il giorno fosse un buon riferimento, anche perché l’estensione temporale di luce e buio è variabile a seconda dei luoghi e dei periodi; tuttavia gli uomini osservarono che la somma dei tempi che il sole passava sopra e sotto l’orizzonte era complessivamente costante e stabilirono che misurare il tempo basandosi sul giorno fosse un metodo ragionevole.

E’ proprio sulla “Misura del Tempo” che voglio spendere qualche parola. Due sono gli aspetti che vorrei considerare: da dove nasce la “necessità” di misurare obiettivamente il tempo e quali sono i metodi e i sistemi effettivamente escogitati per misurarlo.


Riguardo alla necessità di misurare il tempo, in realtà non vi è molto da dire. E’ chiaro a tutti che se il mondo fosse un insieme di individui isolati e non interagenti, ciascuno sarebbe in grado di autogestirsi in base ai propri ritmi fisiologici e non avrebbe nessuna esigenza di misurare con precisione il tempo. La misura del tempo, diviene invece indispensabile quando si devono coordinare più persone che hanno deciso di vivere in una comunità o in una società articolata: si capisce quanto sia poco efficiente fissare un appuntamento con un’altra persona dicendole: “ci vediamo quando mi viene fame!”. Da qui la necessità di avere un sistema di misura del tempo oggettivo e valido per tutti (sottolineo ancora che parlando di “misura oggettiva del tempo per tutti gli osservatori” trascuro i concetti di relatività temporale: questo non toglie tuttavia validità al discorso essendo tali concetti “lontani” dalla percezione esperibile che abbiamo della realtà).


Molto più interessante, è invece capire in che modo l’uomo abbia pensato di misurare il tempo per coordinare le società di individui.

Si è detto che il giorno è l’unità temporale che in un certo momento gli uomini hanno cominciato ad assumere come ragionevole unità di misura. Tale scelta è sicuramente accettabile, ma introduce un problema di cui è effettivamente difficile rendersi conto: la differenza tra giorno sidereo e giorno solare.

Il giorno che si considera comunemente è il giorno solare, che valutiamo in 24 ore. Esso non coincide esattamente con il tempo che la Terra impiega a fare un giro completo intorno al proprio asse: il tempo esatto di rotazione della Terra attorno all’asse infatti, è detto giorno sidereo e dura un po’ meno di 24 ore, esattamente 23 ore, 56 minuti e 4 secondi. Questo accade perché mentre la Terra ruota attorno al proprio asse, esegue anche il moto di rivoluzione attorno al Sole. Provo a spiegarmi meglio. Consideriamo un modello molto semplice e un po’ approssimativo ma che serve a far capire come stanno le cose. Ragioniamo in due dimensioni e proiettiamo la Terra su un foglio di carta: vista dall’alto essa appare come un cerchio posto ad una certa distanza dal Sole, anch’esso un cerchio, un po’ più grosso, ma che per i nostri scopi può anche essere considerato come un punto in corrispondenza del suo centro. Prendiamo ora un punto A sulla circonferenza esterna della Terra-cerchio e mettiamo in moto il sistema: la Terra gira attorno al proprio asse e intanto ruota anche attorno al Sole. Se ci concentriamo solo sulla Terra rotante sul proprio asse, e calcoliamo il tempo che il punto A impiega a ritornare su se stesso dopo un giro completo, misuriamo esattamente 23 h, 56 min, 4 s: questo, è il cosiddetto giorno sidereo (così chiamato perché calcolato rispetto ad una generica stella assunta a distanza infinita dalla Terra). Normalmente però il giorno viene calcolato come il tempo che intercorre tra due passaggi consecutivi del Sole, nel suo moto apparente, sul punto A (ad esempio il tempo che intercorre tra due albe consecutive viste da un osservatore in A): questo tempo è detto giorno solare e misura 24 h. Lo scarto di circa 4 minuti tra giorno solare e giorno sidereo è dovuto al fatto che dopo 23 h, 56 min, 4 s il punto A è tornato su se stesso, ma intanto la Terra si è mossa rispetto al Sole (moto di rivoluzione) e quindi deve ruotare attorno al prorio asse di circa un altro grado affinchè il punto A “riveda” di nuovo il Sole stesso. Le cose sono rese ancora più complicate da un altro fatto: la Terra non descrive una circonferenza attorno al Sole, bensì un’ellisse; nel suo moto, la velocità di rivoluzione varia: è massima in perielio (punto di minima distanza Terra-Sole) e minima in afelio (punto di massima distanza Terra-Sole): ne deriva che il giorno solare ha una durata variabile, massima in perielio e minima in afelio. A rigore sarebbe più corretto utilizzare il giorno sidereo come unità di misura del tempo, ma la vita dell’uomo e di tutti gli altri esseri viventi è regolata dal Sole per cui si è deciso di assumere come riferimento il giorno solare, la cui durata risulta dalla media di tutti i giorni solari di un intero anno e corrisponde a 24 ore esatte.


Già nell’antichità gli uomini osservarono una certa ciclicità dei ritmi naturali scanditi dalle stagioni, e compresero quanto fosse importante poter misurare il tempo che intercorreva ad esempio tra due primavere. La semina infatti può risultare estremamente fruttuosa o infruttuosa a seconda che la si esegua rispettivamente nei momenti giusti o sbagliati. Tuttavia contare i giorni era “faticoso”, per cui si affermò l’usanza di riferirsi ai cicli della Luna. Ogni ciclo lunare infatti dura all’incirca 29,5 giorni e a sua volta ogni ciclo di stagioni contiene circa 12 lunazioni. Le donne allora, gli uomini erano troppo impegnati a cacciare e a dormire, dopo aver inventato l’agricoltura ebbero anche la cura di adeguare le semine e i raccolti ai cicli lunari e quindi alle stagioni, in modo da poter raccogliere i frutti della terra prima dell’arrivo della neve. Per assicurare un computo corretto, ciascuna Luna nuova divenne una festa religiosa; la stessa parola “calendario” deriva dal latino “calare” che significa “proclamare”, a memoria del fatto che ogni mese cominciava con la Luna nuova proclamata con canti e riti. Era nato il “calendario lunare”.

Tuttavia il conteggio dei 12 mesi lunari durante un anno (un ciclo di stagioni) non era esatto; ci si accorse infatti che la fine della dodicesima lunazione cadeva, ad ogni ciclo di stagioni, sempre un po’ prima di quanto atteso (12 lunazioni per 29,5 giorni fa 354 giorni, inferiore ai 365,25 giorni di cui sappiamo essere costituito un anno). Quindi per tenere al passo i cicli lunari con quelli stagionali i depositari del sapere, per lo più sacerdoti, dovettero introdurre ogni tanto un tredicesimo mese, con le conseguenti complicazioni del caso (che possa trovarsi anche qui una possibile spiegazione del 13 come numero sfortunato? Si veda l’articolo “Un Mondo di Numeri”).

Furono i Babilonesi nel 550 a.C a concepire un sistema per introdurre meccanicamente il tredicesimo mese nel calendario senza preoccupazioni: secondo il sistema babilonese gli anni venivano contati in gruppi di diciannove, in ciascun gruppo il terzo, il settimo, l’ottavo, l’undicesimo, il quattordicesimo, il diciassettesimo e il diciannovesimo anno avevano 13 mesi, gli altri 12. Greci ed Ebrei presero in prestito tale sistema dai Babilonesi; ancora oggi il calendario ebraico si basa sul sistema di introdurre ad intervalli stabiliti un tredicesimo mese nell’anno. Furono gli Egizi ad elaborare un sistema diverso. La loro sopravvivenza in un territorio arido, dipendeva dalle inondazioni del Nilo che si presentavano con una periodicità molto più precisa di quanto non facesse l’arrivo delle piogge o del freddo. Non ci volle molto perché gli Egizi si rendessero conto che le piene del Nilo giungevano mediamente ad intervalli di 365 giorni; fu così che essi abbandonarono l’idea di seguire i cicli lunari affidandosi a quelli delle esondazioni del Nilo. Introdussero un calendario di 12 mesi della durata di 30 giorni ciascuno per un totale di 360 giorni con 5 giorni extra ogni anno, per un totale di 365 appunto. Gli Egizi inoltre si accorsero che l’ombra di un bastoncino piantato nel terreno, proiettata dal Sole di mezzogiorno poteva essere più lunga o più corta nel corso di un anno e che quindi il Sole di mezzogiorno variava la propria altezza sull’orizzonte con un ritmo ciclico della durata sempre, di 365 giorni. Le piene del Nilo e le stagioni seguivano il Sole: quello che elaborarono gli Egizi fu quindi un “calendario solare”. Anche i Babilonesi si resero conto che l’altezza del Sole di mezzogiorno variava ciclicamente con una periodicità di 365 giorni, ma probabilmente se ne resero conto “troppo tardi” quando ormai il calendario lunare era divenuto troppo sacro per essere sostituito.

I Romani utilizzarono inizialmente un calendario lunare, con il consueto problema che in base ad esso l’anno durava 354 giorni e non 365,25. Nel 45 a.C Giulio Cesare dopo aver trascorso qualche tempo alla corte della bella Cleopatra, decise di introdurre anche a Roma un calendario che abbandonasse la ciclicità della Luna a favore di quella del Sole. Introdusse cicli di 4 anni in cui i primi 3 anni avevano una durata di 365 giorni e il quarto di 366; decise inoltre che alcuni mesi speciali (guardacaso Luglio, quello della sua nascita) durassero 31 giorni, tutti gli altri 30; Febbraio fu ridotto a 28 giorni perché ritenuto sfortunato. Questo è, con alcune successive migliorie, il calendario che usiamo ancora oggi… E’ un dono di Giulio Cesare… O meglio di Cleopatra visto che fu per causa sua che Cesare rimase in Egitto abbastanza a lungo per appassionarsi all’astron… Anche all’astronomia. Una curiosità. L’anno solare non dura esattamente 365,25 giorni bensì 365 giorni 11 min e 14 s: a causa di questa questa piccola differenza, alla fine del XVI secolo il divario tra calendario civile e anno solare era di circa 10 giorni, tanto che l’equinozio di primavera (evento astronomico) cadeva l’11 anzichè il 21 marzo (del calendario civile). Per questa ragione Papa Gregorio XIII emanò la riforma gregoriana e introdusse il calendario gregoriano. Per prima cosa nel 1582 ristabilì l’accordo tra anno solare e civile saltando da martedì 5 ottobre a venerdì 15 ottobre; inoltre per evitare altri sfasamenti, stabilì che fossero bisestili (di 366 giorni) solo gli anni le cui ultime due cifre sono divisibili per 4, fatta eccezione per gli anni secolari (cioè 1600, 1700, 1800…) a meno che le loro cifre non siano divisibili per 400. Questo complicato sistema garantisce che solo dopo 40 secoli si arriverà ad avere uno sfasamento di un giorno. Il calendario gregoriano è oggi quello adottato a livello internazionale, ma essendo stato emanato da un’autorità cattolica non è stato tuttavia accettato da tutti senza riserve.

Il calendario Islamico ad esempio è un calendario lunare di 354 giorni suddiviso in 12 mesi di 29 o 30 giorni; gli anni vengono contati dal 15 luglio 622 d.C (anno zero), giorno della fuga di Maometto verso Medina.

Il calendario ebraico è un calendario luni-solare: si alternano cicli di 19 anni costituiti da un periodo di 12 anni in cui ogni anno dura 12 mesi, e da un periodo di 7 anni in cui ogni anno dura 13 mesi. L’anno zero per gli Ebrei è il 3760 a.C, che corrisponderebbe alla data della creazione del mondo.


E per durate minori di un giorno? Beh… vi lascio un po’ di curiosità, d’altra parte quando due amanti si salutano devono farlo senza essersi detti tutto, così da avere il pretesto per rivedersi…

mercoledì 13 febbraio 2008

Secondo "Tempo": La Dimensione Esterna

I ritmi fisiologici del nostro organismo, specificano quella che ho definito “La Dimensione Umana del Tempo”: in particolare, le pulsioni naturali quali il mangiare dopo che si percepisce lo stimolo della fame o il dormire una volta che la stanchezza si fa sentire, sono dei meccanismi che ci consentono inconsciamente di accettare e di interiorizzare il concetto di “flusso degli eventi”. Anche in assenza di riferimenti esterni, pensiamo ancora all’esperimento intellettuale dell’individuo rinchiuso all’interno di una stanza isolata priva di finestre, un uomo non ha difficoltà a definire i concetti di “prima” e di “poi”, figli della successione con cui, nel suo organismo, si manifestano le pulsioni fisiologiche e il conseguente soddisfacimento delle stesse. Questi stessi concetti di “prima” e di “poi”, sono invece con buona probabilità, del tutto estranei ad un automa che si trovi rinchiuso nella medesima stanza del sopraccitato esperimento, in virtù della sua “innaturale” assenza di bisogni fisiologici (si faccia riferimento all’articolo “Primo Tempo: La Dimensione Umana”).

E’ tuttavia innegabile un fatto: la “Dimensione Umana” del Tempo è estremamente individuale e quindi assolutamente priva di oggettività. In generale, persone differenti hanno fame o sonno in momenti diversi. Nessuno si stupisce se affermo che uno stesso arco temporale (la cui durata potremo definire “oggettivamente” quando spiegherò cosa intendo per “Dimensione Esterna” del Tempo) appare estremamente breve ad una persona che si stia divertendo, mentre risulta incredibilmente dilatato per una persona che si stia oltremodo annoiando. Sulla base di quest’ultima osservazione risulta dunque evidente che oltre all’assenza di oggettività, la “Dimensione Umana” del Tempo ha il limite di rendere vago il concetto di durata. Se infatti i ritmi fisiologici ci consentono di interiorizzare senza sforzi i concetti di “prima” e di “poi”, essi non ci permettono di definire altrettanto chiaramente quello di “durata”: è molto difficile stabilire, una volta sazi o riposati, tra “quanto” avremo ancora fame o sonno. Ne deriva che se vivessimo isolati nella stanza chiusa del più volte citato esempio, saremmo certamente in grado di fare nostro il concetto di “consequenzialità degli eventi”, ma probabilmente non sentiremmo l’esigenza di definire il concetto di “durata degli eventi”, ad esso imparentato.

Vale la pena, a questo punto, di spendere qualche parola su quanto detto sinora. Tutte le riflessioni relative alla “Dimensione Umana” del Tempo sono figlie di una stringente ipotesi assunta in partenza: il non avere riferimenti esterni (nel più volte citato esperimento intellettuale, il fatto di ritrovarsi in una stanza priva di finestre).
In effetti rimuovendo questo vincolo, ci si rende conto che le pulsioni fisiologiche non sono più l’unico elemento che ci consente di percepire il cambiamento e quindi di sviluppare e fare propri i concetti di “prima” e di “poi”: ne deriva che, facendo appunto cadere l’ipotesi di partenza, anche l’automa del nostro esempio sarebbe in grado di interiorizzare questi concetti che gli risultavano “irraggiungibili” fintanto che perdurava l’assunzione dell’isolamento dal mondo esterno.
Così come gli organismi viventi hanno dei ritmi legati alla propria sopravvivenza, anche la Natura con il proprio Soffio Vitale, segue dei ritmi specifici. I cicli di alternanza tra giorno e notte, il susseguirsi delle fasi lunari, la periodicità con cui si rincorrono le stagioni… Essi sono le pulsioni fisiologiche dell’Universo e definiscono quella che chiamo “Dimensione Esterna del Tempo”. Questa tra l’altro, ha un pregio che la contraddistingue nettamente dalla “Dimensione Umana del Tempo”, quello di avere una veste di apparente oggettività; le due dimensioni del Tempo quindi, sono intimamente diverse. Non ho la pretesa di stabilire se ve ne sia una “migliore” dell’altra (la qual cosa è per me priva di significato, essendo una tale questione, una questione “mal posta”), ma è innegabile che la “Dimensione Esterna” del Tempo ha la capacità, grazie al suo vestito di universalità, di definire oltre ai suddetti concetti di “prima” e di “poi”, anche il concetto di “durata”. L’osservazione della realtà, suggerisce che non avendo in effetti luce e oscurità “durata” sempre uguale, non è del tutto lecito parlare di assoluta universalità della “Dimensione Esterna” del tempo; tuttavia, se si abbandona l’idea di considerare separatamente luce e buio, e si prende come riferimento il giorno inteso come insieme di questi due, ecco che si dispone di un’unità di misura per il tempo che è determinata e che non ha l’inconveniente, come avviene invece per i ritmi fisiologici dei singoli organismi viventi, di essere soggettiva (per i circoli polari, in cui i giorni e le notti possono durare alcune settimane, occorrerebbe un dettaglio descrittivo più profondo: questo tuttavia, non darebbe un significativo valore aggiunto alla trattazione e rischierebbe solo di appesantire le argomentazioni, per cui lo tralascio, invitando i più curiosi a fare ricerche personali in tal senso). Se ci limitiamo a considerare l’esperienza “comune”, il giorno è lo stesso per tutti gli organismi viventi: la “Dimensione Esterna” del Tempo è un riferimento universale, perché determinata dal susseguirsi di avvenimenti esterni, ad esempio cosmologici, che sono dunque indipendenti dalle individualità della “Dimensione Umana” (o di qualsiasi altro organismo). E’ dunque finalmente possibile definire la durata degli eventi in relazione al “giorno” che possiamo arbitrariamente assumere come unità di misura della “Dimensione Esterna del Tempo”: alcuni eventi dureranno giorni, altri frazioni di giorno.

E’ molto interessante capire “come” e “quando” a “qualcuno” venne in mente di utilizzare il giorno come unità di misura del tempo (un’unità di misura ancora piuttosto grossolana se paragonata alle precisioni e alle risoluzioni raggiungibili coi moderni orologi), ma a dire il vero mi preme di più affrontare un altro aspetto relativo alla questione tempo; se ve ne sarà l’opportunità vi parlerò della “scoperta del giorno” in una prossima occasione.
Ciò che mi preme indagare riguarda un’eventuale “interazione” tra le dimensioni “Umana” ed “Esterna” del tempo; esiste cioè un qualche legame tra le due dimensioni oppure esse sono completamente indipendenti? Ciò che in effetti stupisce e non stupisce è che, sebbene queste due dimensioni possano sembrare prive di legami espliciti, pare più che casuale il fatto che in qualche modo esse si adattino l’una all’altra: un esempio, tendiamo in generale a riposare durante le ore di buio e a concentrare invece le attività durante le ore di luce. Eppure a pensarci bene non è poi così vero che questa reciproca sincronia è così intima; esistono diversi casi che la disattendono. Ad esempio durante i periodi di vacanza, molte persone tendono a dormire più a lungo di quanto non facciano solitamente, “sacrificando” ore di “Tempo Esterno” di luce-attività a favore della propria “pulsione fisiologica” di riposare; nelle regioni vicine ai circoli polari poi, i giorni e le notti possono durare settimane, ma le persone non passano per questo lunghi periodi di “veglia continua” alternati a periodi di “letargo”, seguono i ritmi fisiologici della “Dimensione Umana” del tempo piuttosto che quelli della “Dimensione Esterna”. Spero che queste osservazioni rendano evidente il motivo per cui prima ho specificato quanto sia “privo di significato” sforzarsi di decretare una possibile superiorità di una dimensione del tempo rispetto all’altra: tutto si riduce sempre ad una questione di punti di riferimento.

Alla domanda se sia o meno possibile stabilire una precisa relazione di causalità tra le dimensioni “Umana” ed “Esterna” del tempo, credo di non poter dare una risposta definitiva, ritengo tuttavia che uno dei principali punti di forza della Natura sia la sua capacità di autodeterminarsi: essendo noi parte attiva delle Natura ci siamo evoluti adattando i nostri ritmi fisiologici ai ritmi naturali-cosmologici dell’Universo di cui siamo parte.
Mi piace pensare che gli uomini non siano ingranaggi perfetti di un meccanismo perfetto, ma che siano piuttosto come l’acqua: capaci di adattarsi e prendere la forma del recipiente, anch’esso mutevole, in cui si trovano…

giovedì 7 febbraio 2008

Primo "Tempo": La Dimensione Umana

Qualche giorno fa, mi è arrivata una e-mail in cui mi è stato chiesto di scrivere un pezzo sulla “Più inesorabile delle dimensioni”: il Tempo.
Devo ammettere che questo argomento esercita su di me un certo fascino ed è da un po’ che progetto di parlarne; tuttavia ho sempre avuto paura di affrontare la questione “Tempo” o quantomeno ho sempre nutrito per essa una sorta di reverenziale rispetto. Il fatto è che sul Tempo si potrebbero scrivere interi libri e anche i testi più completi non basterebbero ad esaurirne tutti gli aspetti. Ciò che mi ha sempre frenato inoltre, è stato il timore di scadere in banali ovvietà prive degli stimoli culturali che cerco invece strenuamente di alimentare in chi ha la pazienza di ascoltarmi o di leggere le mie righe. Alla fine comunque, mi sono arreso al pensiero che prima o poi avrei comunque dovuto affrontare le mie paure e ho prodotto alcune mie riflessioni a riguardo.
Data la vastità dell’argomento ho tuttavia pensato che fosse troppo riduttivo dedicargli lo spazio consueto e ho pertanto deciso di scrivere più puntate cominciando appunto dal “Primo Tempo”, che ho intitolato “La Dimensione Umana del Tempo”.

Cominciamo col dire che, fortunatamente, i miei timori trovano una paradossale e quasi appagante conferma nel momento in cui, cercando sul dizionario della lingua italiana la definizione operativa di tempo, ci si imbatte in un’insormontabile aporia. Sul dizionario si legge infatti: “il tempo è lo spazio indefinito nel quale si verifica l’inarrestabile fluire degli eventi, dei fenomeni e delle esistenze, in una successione illimitata di istanti”; senonché andando a cercare la definizione di istante si legge: “Momento brevissimo di tempo” … come dire… un bel problema visto che l’istante viene usato per definire il tempo il quale a sua volta definisce l’istante!

Abbandonata quindi l’idea di servirsi della più classica delle scorciatoie intellettuali, la “comunque nobile ricerca sul dizionario”, si può tentare di arrivare a qualche punto fermo servendosi di un approccio scientifico basato su ciò che ci suggerisce l’esperienza diretta e provando a ragionare per analogia attraverso concetti omologhi, ma più intuitivi. Sebbene anche la definizione di Spazio non sia banale, è di certo più familiare: vale pertanto la pena di iniziare da qui. Lo Spazio (Euclideo tridimensionale) può essere inteso come l’insieme di relazioni di distanza (coordinate) esistenti tra i vari oggetti e valutate, o rispetto ad un generico punto assunto arbitrariamente come riferimento, o in maniera relativa prescindendo dal riferimento assoluto e considerando le posizioni reciproche tra gli oggetti stessi.
Il concetto di Tempo non è, a mio avviso, molto diverso da quello di Spazio, anzi se dovessi definirlo riscriverei esattamente le stesse parole che ho usato per definire quest’ultimo. Provate a rileggere la definizione che ho dato dello Spazio, sostituendogli come soggetto il Tempo e utilizzando “eventi” al posto di “oggetti”: la definizione è ancora consistente. Ciò che rende il concetto di Tempo meno intuitivo, sono probabilmente le sue intrinseche caratteristiche di “dinamicità” e di “intangibilità”. Mentre infatti non si incontrano difficoltà nell’avere percezione della posizione statica di alcuni oggetti in una stanza, è molto più difficile cercare di stabilire analoghe relazioni temporali tra gli eventi che dovessero interessare tali oggetti, soprattutto se la stanza non avesse finestre e fosse illuminata solo da luci artificiali: non si avrebbero riferimenti per percepire il fluire del tempo o addirittura non si sentirebbe neppure la necessità di farlo.
Proviamo a fare un “esperimento intellettuale” alla Galileo. Consideriamo un ipotetico automa nella suddetta stanza isolata dall’esterno e senza finestre; nella sua condizione di automa, esso non ha necessità fisiologiche, quindi non mangia, non dorme, non ha bisogni corporali: l’assenza di tali esigenze e di riferimenti esterni lo rende effettivamente incapace di stabilire i concetti di “prima” e di “poi”. Per noi è normale sentire prima la fame e poi mangiare, sentire sonno e quindi dormire, abbiamo dunque un qualche criterio, sebbene non assolutamente preciso perché puramente fisiologico, per stabilire una consequenzialità tra gli eventi. Il nostro ipotetico automa invece non ha nessun riferimento fisiologico ed essendo in una stanza isolata dall’esterno, è del tutto scevro dal concetto di cambiamento o di evoluzione temporale. Forse se potesse interagire con eventuali oggetti posti nella stanza potrebbe intimamente sviluppare un’idea di “prima l’oggetto era in una posizione e poi l’ho mosso in un’altra”, ma credo comunque che non sentirebbe l’esigenza di stabilire un “prima” e un “poi”, probabilmene non arriverebbe neppure ad elaborare questo concetto perché, se volete, è privo di qualsivoglia utilità nelle condizioni in cui si trova ad esistere.

Questo esperimento intellettuale porta ad una prima significativa riflessione: esiste sicuramente una “Dimensione Umana del Tempo” che è legata ai nostri ritmi fisiologici. A prescindere dallo scorrere degli avvenimenti che ci sono esterni, come ad esempio il rincorrersi del giorno e della notte piuttosto che il mutare delle stagioni, esiste un’innata consequenzialità di eventi e di attività che riguarda il nostro organismo (e come il nostro, così quello di tutti gli altri esseri viventi) e che in qualche modo ci suggerisce il concetto di “Tempo”, inteso come mutevole susseguirsi di eventi.
A ben vedere, la “Dimensione umana del Tempo” è forse l’unica “Dimensione” davvero necessaria per il mero sopravvivere. Il suddividere la giornata con la precisione che ci offrono i moderni orologi è solo il risultato del tentativo, tipicamente umano perchè non ve ne traccia nelle altre specie viventi, di dare una veste di oggettività al naturale fluire degli eventi: ci basterebbe mangiare quando abbiamo fame, dormire quando abbiamo sonno e così via.
La suddivisione del giorno in ore e minuti, è figlia dell’esigenza di coordinare tante persone che hanno deciso di formare una società o una comunità. Il tipo di organizzazione temporale che ci siamo dati (e che ovviamente discende dal ciclo degli eventi naturali e cosmologici esterni agli esseri viventi), è infatti finalizzata ad ottimizzare e a rendere efficaci gli sforzi di tante persone facenti parte di una stessa comunità: è dunque un’imposizione convenzionale “di comodo”, ma che confligge con i nostri “naturali” ritmi fisiologici. Infatti se ci pensate, questa stessa organizzazione del tempo è molto spesso in contrasto con la “Dimensione Umana del Tempo” cui accennavo prima: l’esempio più classico, se abbiamo fame alle 11.00 dobbiamo comunque aspettare fino all’ora di pranzo per poter mangiare.

Alla luce di quanto visto, credo che non si possa negare che esistono una percezione e una consapevolezza del Tempo e del suo fluire che sono intrinseche in ogni essere vivente e che risultano costruite a sua misura: esse sono essenziali, ossia facenti parte dell’essenza degli organismi stessi e sussitono a prescindere dagli eventi esterni che si susseguono mutevolmente nel mondo che ci circonda e che cerchiamo convenzionalmente di oggettivare: certamente questi eventi esterni non possono essere ignorati qualora si pretenda di definire il concetto di Tempo, ma questa è un’altra puntata…




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