Quarto "Tempo": La Ricerca di un Significato
Il giorno solare, inteso come il tempo trascorso tra due passaggi consecutivi del sole sopra ad uno stesso punto della Terra, è sicuramente un’unità di misura “ragionevole” per il tempo stesso; tant’è che non si sa esattamente né dove né quando, fatto sta che ad un certo punto gli uomini decisero di assumerlo come riferimento oggettivo per scandire la durata degli eventi (si veda l’articolo “Terzo Tempo: la Misura”). Questa “scelta convenzionale” è in generale accettabile ed effettivamente è solo negli ultimi tempi che le nostre società hanno iniziato a manifestare l’ “esasperata necessità” di conoscere l’ora esatta con la risoluzione del secondo; senza andare troppo indietro negli anni, per i nostri nonni provenienti da realtà contadine, era sufficiente sapere indicativamente l’inizio e la fine della giornata e nulla più, nessuno di loro sentiva certo l’esigenza di avere un cronografo!
In realtà non è proprio vero che in tempi non recenti non si sia sentita la necessità di fare misure più precise di quelle ottenibili dalla semplice osservazione del sole; ne è prova il fatto che sin dall’antichità l’uomo ha cercato delle soluzioni tecnologiche per poter effettuare misure del tempo che fossero le più accurate possibili. Le meridiane, hanno permesso ad esempio di misurare intervalli di tempo con la risoluzione dell’ora: quest’ultima infatti è stata definita come la dodicesima parte del ciclo diurno del moto apparente del sole agli equinozi (cioè quando ci sono esattamente 12 ore di luce e altrettante di buio), ossia 1/24 del giorno completo. Tuttavia le meridiane non potevano essere utilizzate di notte o in giornate nuvolose ed è stato così che gli uomini hanno cercato strategie alternative, inventando le clessidre (l’uso di clessidre è documentato presso gli Egizi già a partire dal XV secolo a.C.). Dalle meridiane e dalle clessidre, sono poi state introdotte, nel corso dei secoli, diverse migliorie ai meccanismi di misurazione del tempo; eppure vale la pena di notare che queste migliorie sono state spesso marginali visto che raramente hanno effettivamente contribuito a perfezionare quello che è uno dei parametri più importanti di un orologio: la risoluzione con cui esso è in grado di misurare il tempo. Tenete presente che nel XVII secolo, in piena rivoluzione scientifica, Galileo Galilei (Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642) ebbe non poche difficoltà a trovare dei metodi di misura del tempo sufficientemente precisi per i suoi esperimenti sul moto dei corpi: sembra che si adoperò a contare i propri battiti cardiaci per avere una risoluzione che fosse accettabile. La prima svolta si ebbe nel 1657 quando Chrystian Huygens calcolò che un pendolo della lunghezza di 99,38 cm doveva oscillare con un periodo di un secondo esatto (definito allora come 1/60 del minuto, che era a sua volta 1/60 dell’ora così come la si è specificata sopra) e costruì poi il primo meccanismo a pendolo funzionante. La storia degli orologi poi si è evoluta fino ai giorni nostri passando per una tappa fondamentale il 1° gennaio 1972. In questo giorno infatti, si decise di adottare per la misura del tempo un fenomeno che avviene a livello atomico: più precisamente il secondo venne definito come la durata di 9192631770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini da (F=4, MF=0) a (F=3, MF=0), dello stato fondamentale dell’atomo di cesio-133. Questa definizione dice poco a chi non si intende molto di fisica della materia: in effetti ciò che mi interessa piuttosto sottolineare, è che il 1° gennaio 1972 è a mio avviso una data molto importante, non tanto appunto per la definizione in sé del secondo, che per la nostra umana percezione avrebbe potuto continuare ad essere calcolato come 1/86400 del giorno medio solare, quanto per le implicazioni che tale scelta ha avuto. Essa, è un atto evidente che i moderni sacerdoti, gli scienziati, hanno iniziato a cercare le risposte non più scrutando l’Universo infinitamente grande, ma gli elementi infinitamente piccoli della materia.
Al di là di tutto ciò che si può dire sul tempo, credo che la sua caratteristica più rilevante sia paradossalmente una caratteristica che non ha nulla a che vedere col tentativo di capire cosa sia effettivamente il tempo, perché prescinde da ogni implicazione fisica o metafisica riguardo ad esso: la sua impareggiabile capacità di stimolare la mente umana nel tentativo di cercare risposte. Cioè detto in altri termini, credo che più importante di capire cosa sia il tempo, sia il rendersi conto di quali conquiste l’uomo abbia raggiunto nello sfuggevole tentativo di afferrarne la comprensione.
Sono fermamente convinto che la presa di coscienza della precisa ciclicità con cui si presentano le stagioni o gli eventi cosmologici, sia stata forse il primo passo compiuto dall’uomo verso la ricerca di risposte a domande quali: “qual è il significato di essere ciò che siamo, qui e adesso?” La ripetitività dei cicli naturali infatti, ha fatto maturare negli esseri umani il concetto di “inevitabile”: l’estate segue l’inverno, l’abbondanza la carestia e per quanto si sforzi, l’uomo non può alterare questo fatto. Come elementi della Natura, anche noi siamo parte di un ciclo: nasciamo, cresciamo, maturiamo, e moriamo. Questo è un fatto… Inevitabile. Eppure esiste un Principio di essenzialità della Natura per il quale, dopo l’inverno torna la primavera e tutto rinasce; se siamo anche noi parte della Natura, non è poi così assurdo pensare che questa rinascita si applichi anche all’uomo ed è forse questa stessa osservazione mista ad un pizzico di speranza che ha portato a far spuntare il primo germe delle religioni. Il dualismo inevitabilità-rinascita si ritrova, senza distinzione alcuna, in tutte le concezioni religioso-culturali del tempo elaborate dall’uomo. Nella visione lineare cristiana, dopo la morte fisica del corpo c’è la rinascita dell’anima nell’aldilà. Nelle visioni cicliche proprie del mondo classico-pagano e di alcune filosofie orientali, predomina l’immagine circolare del tempo che, messo in moto dal Fato o da un Principio superiore, è come una ruota (in greco “anakylosis”: ritorno su se stesso) in cui tutti gli esseri eternamente rinascono. Infine, anche nelle visioni del tempo a spirale appare evidente il concetto di “percorso-fine-ritorno”, con la particolarità che secondo tali concezioni il tempo segue determinate fasi per una legge eterna che lo governa, seguendo ripetizioni che si differenziano dall'essere puramente cicliche dal momento che conducono, ad ogni ritorno, verso un progresso.
Tutte queste riflessioni, mostrano come il tempo, con la sua inafferrabile anti-intuitività, sia servito e serva tuttora ad eccitare quello stimolo, tipicamente umano, finalizzato alla ricerca delle risposte che non si conoscono.
I concetti di relatività del tempo introdotti nel secolo scorso da illustri scienziati tra cui il più celebre è sicuramente Albert Einstein (Ulma, 14 marzo 1879 – Princeton, 18 aprile 1955), non hanno fatto altro che innaffiare le radici di una ricerca che continua e continuerà sempre a solleticare il desiderio di conoscenza dell’uomo.
Vorrei concludere invitandovi, come sapete amo fare, ad una riflessione. Per quel che mi riguarda, nutro la speranza che non si arrivi mai ad una risposta definitiva alle domande esistenziali dell’uomo, ogni giorno chi con la fede, chi con la scienza, tutti cerchiamo le risposte al “nostro esistere qui e adesso”, e questo senso di ignoranza ci spinge a tirare fuori il meglio di noi…
… Beh, credete davvero che accadrebbe lo stesso se ogni giorno, scorrendo le pagine del libro della nostra vita lo facessimo sapendo già come va a finire?



